Archivi del mese: febbraio 2012

E dopo? Dopo bisogna vincere!!!

Alla Fine Bisogna Vincere

Abbiamo discusso degli ingredienti che servono per far diventare l’Italia una grande squadra:

  • Motivazione
  • Capacita’
  • Attitudine
  • Trasparenza
  • Spirito di sacrificio
  • Competizione leale nella societa’ e nell’economia

Tutto cio’ e’ un insieme di ingrdienti essenziale, senza i quali competere a livello globale significa rimediare delle figuracce, finire in classifica dietro paesi le cui potenzialita’ sono di gran lunga inferiori alle nostre, paesi ai quali abbiamo insegnato i fondamentali della democrazia, l’arte, la cultura, l’ingegneria e non solo.

Ebbene per vincere ci vogliono anche una buona strategia ed una impeccabile esecuzione. Per dirla in gergo calcistico, un buon allenatore e dei calciatori che corrono e la buttano dentro.

Quale puo’ quindi essere una strategia per orientare una democrazia compiuta come quella Italiana (forse non del tutto, qualcuno dira’…) alla performance ed al recupero di competitivita’, benessere e credibilità in campo internazionale?

La risposta puo’ essere forse banale, semplice ed anche criticabile: i nostri “gestori” devono rispondere in prima persona per i risultati ottenuti e per gli eventuali fallimenti. Dobbiamo crare nella nostra politica quel qualcosa che nei paesi anglossassoni viene comunemente chiamato: “accountability”.

Il nostro compito e quinidi, in teoria, molto semplice, dobbiamo creare dei meccanismi istituzionali che prevedano che governi e partiti debbano vedere le loro performance misurate e comparate a metriche equivalenti relative ad altre societa’, altre economie e altre democrazie europee e globali.

Dicevo il compito e’ semplice, in teoria, in pratica, si tratta di studiare un modo per attuare tale strategia e si tratta poi di trovare i modi per scardinare alcune note resistenze titaniche che derivano da stratificazioni pluri-centenarie della cultura e della societa’ Italiana.

Forse ripeto un concetto altrove gia’ espresso, ma l’interpretazione moderna di democrazia non puo’ piu’ prescindere dal fine, troppo spesso ignorato, di produrre progresso nella societa’ e nell’economia.

Per troppi anni ci si e’ focalizzati sul concetto di democrazia come forma di governo, quindi come mezzo, senza sapere cio’ che essa doveva produrre ed in che modo.

Dopo il grande freddo di questa depressione, la domanda legittima che molte persone comuni, come anche molti studiosi si pongono e’: La nostra democrazia, la nostra politica, il nostro tanto incensato modello occidentale ha prodotto infine tutto questo?

Abbiamo forse lottato per avere una forma di governo e delle istituzioni che producono recessione, debito, perdita di competitivita’, arretramento culturale e disagio sociale?

Se compariamo la nostra condizione a cio’ che eravamo negli anni 50, 60, 70 etc… Questo e’ cio’ che impietosamente riscontriamo, certo anche con tutti i se e i ma del caso.  In sostanza siamo però regrediti in potenziale, speranze di crescita, cultura, struttura sociale e competitivita’.

Proviamo allora ad immaginare un meccanismo, una strategia che ci faccia finalmente diventare una “democrazia da competizione”, capace di vincere le sfide che il mondo globalizzato ci pone innanzi.

Certo, proviamo solo ad immaginare, poiche’ le forme attuative che tale principio puo’ assumere, in un mutato quadro istituzionale, non sono prevedibili da alcuno e meritano certamente il contributo qualificato di studiosi delle istituzioni stesse.

Proviamo ad immaginare ad esempio che un governo, democraticamente eletto dal popolo si impegni su 2 fronti:

  • Nella realizzazione del proprio programme elettorale (si, esattamente come avviene adesso…)
  • Nel raggiungimento di obiettivi istituzionali legati ai principali indicatori sintetici di funzionamento e di competitivita’ della Nazione, diciamo non piu’ di venti, trenta metriche.

Immaginiamo che relativamente al primo punto un governo debba rispondere, cosi’ come fa oggi, ai propri elettori, che di conseguenza, potranno rivotare per una certa parte politica o cambiare opinione e premiarne un’altra. Come in pratica accade già adesso.

Immaginiamo poi che riguardo agli obiettivi istituzionali vi sia un mccanismo annuale di misurazione e controllo  che imponga, ad esempio a meta’ del mandato, una revisione della squadra di governo se alcuni obiettivi istituzionale non sono state raggiunti, contemplando anche la possibilità di un cambio di premier se il deficit, nel raggiungimento, e’ grave.

Immaginiamo che il Capo dello Stato possa sciogliere le camere se gli indicatori istituzionali di performance sono gravemente deficitari nelle revisioni annuali e mostrano un trend in peggioramento.

Immaginiamo infine che il Capo dello Stato possa dichiarare una legislatura compiuta o fallita a seconda del raggiungimento, in quantita’ e merito, degli obiettivi istituzionali. Quando ci si troverà nel caso di una legislatura fallita, i membri del governo non potranno piu’ ricoprire cariche pubbiche per un periodo di tempo molto lungo, ad esempio 15 anni, tale comunque da comprometterne la carriera politica in modo quasi definitivo.

Alla fine di tale viaggio dell’immaginazine, proveremo a vedere che effetti potrebbe avere, un siffatto assetto istituzionale, sulla nostra politica e sui nostri partiti.

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Gli Italiani e La Competizione Globale

Basta Solo Partecipare o Bisogna Vincere?

Siamo immersi in un contesto competitivo globale: possiamo evitare di competere con le altre nazioni? La domanda è banale e la risposta non ammette repliche: no.

Ciò è vero per le economie occidentali, per i paesi emergenti ed è vero persino per quei paesi che ancora si definiscono comunisti. Anche le nazioni del terzo mondo sono chiamate a competere, da un lato per far emergere le loro deboli economie, dall’altro per ottenere una fetta sempre più larga di aiuti dalle nazioni più sviluppate.

La vera domanda non è quindi se vogliamo competere, ma come vogliamo competere. L’economia mondiale purtroppo non è un Olimpiade ed il motto del nobile pedagogista De Coubertin (In Figura: Pierre de Frédybarone di Coubertin Parigi 1 Gennaio 1863, Ginevra 2 Settembre 1937),  mal si addice al contesto, qui non è importante partecipare, qui è essenziale vincere. Restare indietro in questo contesto significa perdere benessere, perdere delle opportunità, perdere peso e potere politico e perdere l’opportunità di un futuro migliore.

Le due correnti ideologiche prevalenti negli ultimi tre secoli proponevano una visione diversa riguardo lo sviluppo economico e sociale, entrambe con dei problemi di fondo che si sono poi manifestati in tutta la loro gravità:

 1.       Comunismo: dove lo stato poteva e voleva garantire uguaglianza e prosperità tramite il governo dei cittadini e dei lavoratori e dove tutta l’economia, e persino la felicità del popolo, veniva programmata e gestita centralmente dall’apparato di partito. Sappiamo tutti come è andata a finire.

 2.       Capitalismo di stampo Occidentale:  regge a fatica in molta politica delle democrazie occidentali, per questo movimento ideologico la liberta economica, il libero mercato e la libera competizione economica sono quasi sinonimi di democrazia. Questo modello, economico sociale, è stato in grado di produrre prosperità, sviluppo e libertà per tutti noi fino ad oggi, fino al momento della grande crisi della finanza e del debito sovrano degli stati occidentali. Non sappiamo ancora come andrà a finire, ma dalla caduta del muro di Berlino in poi, la via del degrado imboccata dalla società civile nelle economie occidentali, sembra oggi una via senza ritorno.

Oltre queste due visioni ideologiche vi è poi l’approccio dei paesi emergenti (BRICs: Brasile, India, Cina e Russia ), che soprattutto in campo economico, sembrano aver messo in un bel ripostiglio (almeno sul piano pratico, se non su quello ideologico e politico, si veda ad esempio il caso della Cina, N.d.r) le derive ideologiche e sono invece molto più improntati al pragmatismo economico e al successo nella competizione globale.

Non credo ci sia molto da imitare nel modello delle nazioni BRIC, la società e la civiltà espressa da queste nazioni non può certo essere presa a modello, soprattutto da chi, come noi Italiani, vanta una lunga tradizione di forme di governo costituzionali evolute, seppure con luci ed ombre.

Ma c’è del buono in ciò che questi paesi stanno facendo, c’è del buono nel pragmatismo, nell’inventiva, nella capacità di reazione in campo economico e nella ricerca costante di competitività e progresso sociale.  Questi paesi sanno darsi degli obiettivi, sanno mantenerli stabili nel tempo, sanno perseguirli con costanza e con un attenzione maniacale alla performance dell’intero sistema economico.

Queste nazioni, è un dato di fatto, progrediscono: noi regrediamo.

Ripetiamoci quindi la domanda fondamentale, ripetiamocela persino in modo ossessivo:

come vogliamo competere nel contesto mondiale?

Tutti noi vorremmo avere una risposta efficace, la realtà ci dice invece che non vi è una risposta semplice.

Come per vincere una competizione sportiva non bastano solo dei buoni muscoli allenati,  ma è necessario avere una grande concentrazione, una grande motivazione, una buona tattica, un’eccellente strategia, un’ottima attrezzatura ed il sostegno dei tifosi, così, per vincere nella competizione globale, occorrono diversi ingredienti :

  • Una robusta economia interna
  • Una stabilità istituzionale degli obiettivi
  • Un organo di governo incentivato ed orientato alla performance
  • Una macchina pubblica snella e reattiva
  • Un’industria, con una strategia di fondo, che sia in grado di far leva sulla macchina dello Stato e sulla struttura della società
  • Una società che guarda positivamente alla competizione, come si guarda ad una risorsa, e non come ad un incombente minaccia

In poche parole abbiamo bisogno di un team che abbia una mentalità vincente.

Quali sono dunque i passi essenziali per poter trasformare l’Italia in una democrazia da competizione?

Il primo passo, essenziale, è quello di aumentare il tasso di competitività interno della nostra economia. Come i campioni si allenano tra le mura della palestra di casa, prima di affrontare le grandi competizioni internazionali, così anche noi dovremmo “fare i muscoli ed il fiato” nell’ambito del nostro mercato interno.

Il secondo passo, anch’esso è essenziale, richiede un orientamento alla performance del governo della Nazione.

Abbiamo necessità di governi che abbiano:

  • Motivazione a prevalere in campo internazionale
  • Strategie vincenti
  • Capacità di esecuzione ed efficiente pragmatismo  

I nostri governi, come i buoni atleti, dovranno saper e voler vincere, ma dovranno anche saper perdere.

Solo chi sà accettare la sconfitta è veramente pronto a vincere. (Era un motto caro a Jean Todt già Direttore Sportivo della Ferrari dei grandi successi dell’epoca Schumacher)

Abbiamo allora bisogno di governi che non hanno paura di misurarsi con le sfide eccezionali del nostro villaggio globale, che devono poter contare su una nazione motivata ed allenata alla competizione , ma che in caso di sconfitta siamo pronti ad una inesorabile, immediata è permanente uscita di scena in modo da lasciare spazio a persone più capaci e determinate.

Non possiamo più permetterci, nello scenario complessivo, di essere guidati da persone che hanno perso una sfida in nome e per conto dell’Italia e non possiamo più permetterci di aspettare la scadenza naturale del mandato di governo per indire nuove elezioni quando l’incapacità a governare è manifesta.

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Affrontare la Competizione

 

La competizione è di destra o di sinistra?

A quanto pare la competizione non è un valore di parte, anche nei regimi più totalitari, dell’una e dell’altra ideologia, vi è sempre stato un alto livello di competizione nella società, come vi è nella vita di tutti i giorni e come, innegabilmente, vi è oggi nello scenario economico globale.

La competizione è certamente connaturata nella realtà biologica del nostro mondo. Sia nel caso in cui si voglia credere alle teorie evoluzioniste, o che si voglia parlare di disegno intelligente della vita sul nostro pianeta, e anche nel caso in cui ci si riferisca al creazionismo di stampo cattolico ortodosso, bisognerà ammettere che tutto ciò che siamo e che saremo non sarebbe, e non potrebbe in aclun modo essere, senza la Competizione. La competizione e parte di noi e della nostra vita, è scritta, in qualche modo nei nostri geni.

Razionalmente a volte la rifuggiamo, la tolleriamo malvolentieri, la stigmatizziamo o la neutralizziamo con regole più o meno razionali, ma in fondo sappiamo che è sempre lì. Se vogliamo qualcosa, in tutti i campi, dobbiamo lottare e competere per ottenerla, e se riusciamo raggiungere ciò che desideriamo non è certo finita. Sappiamo che dovremo ancora lottare per mantenerlo nel tempo.

 Se questa è l’innegabile, ineluttabile e  universale realtà della vita biologica sul pianeta, della vita intelligente e della stessa società civile,  vale la pena chiedersi come sono, come si comportano gli Italiani quando si tratta di competere?

Alcuni fenomeni sociali ed economici sono sotto gli occhi di tutti ed accadono tutti i giorni:

  • Abbiamo un’economia di tipo occidentale aperta alla competizione tra soggetti economici, ma poi vi è una quantità di monopoli di fatto e di cartelli che controllano prezzi e condizioni del mercato.
  • Abbiamo un sistema competitivo di concorsi pubblici per l’accesso al lavoro pubblico, ma poi gran parte delle assegnazioni avviene per preferenza privata e per privilegio.
  • Abbiamo liberi professionisti in competizione tra loro per la clientela, ma abbiamo anche ordini professionali in grado di regolare il mercato a proprio piacimento e vantaggio persino fissando il prezzo delle prestazioni delle prestazioni.
  • Abbiamo un sistema del commercio aperto alla competizione tra aziende, ma poi abbiamo delle norme che regolano il mercato e limitano l’accesso al mercato e la competizione territoriale. Si prenda ad esempio il caso delle farmacie, della grande distribuzione e dei servizi pubblici di ristorazione.
  • Abbiamo aziende private che operano in un libero mercato che dovrebbero premiare l’eccellenza manageriale, nel loro stesso interesse, ma che spesso sono coinvolte in situazioni di scarsa meritocrazia, scarsa competitività sui mercati esteri, di corruzione relativa alle commesse pubbliche e a quelle private, con una classe dirigenziale e manageriale che, a questo tipo di affari, si adegua fin troppo facilmente.
  • Abbiamo una formazione, un indole ed un tessuto sociale che ci rende competitivi a livello mondiale, esportiamo talenti verso le nazioni economicamente più progredite, ma siamo, ormai da qualche anno, costantemente in discesa nella classifica mondiale dei paesi più competitivi e la nostra economia vive da più di un decennio una fase di forte stagnazione.

La lista potrebbe impietosamente andare avanti, con situazioni, attitudini e comportamenti che tutti noi ben conosciamo.

Quale conclusione possiamo trarre da tutto ciò? È vero, come qualcuno dice , che noi Italiani siamo allergici alla competizione? O è forse vero, come dicono altri, che questo è il paese dei furbi, dove il più furbo vince la competizione?

La realtà, a mio avviso, è forse più semplice di quello che sembra, gli Italiani, noi Italiani, non siamo affatto allergici alla competizione e quando siamo chiamati a competere siamo bravi, come e più di altri.

In realtà, siamo solo insofferenti ed ineducati alle regole. La dimostrazione di ciò è immediata: la ricerca di un sistema di relazioni di favore da parte di aziende e individui, che possa supportare l’accesso a posizioni di vantaggio è di fatto una vera e propria competizione.

In Italia in molti, a tutti i livelli, operano in tal senso, nel settore pubblico come in quello privato. La ricerca del privilegio e di uno vantaggio implicito qualunque in una regolare competizione è “conditio sine qua non” per la partecipazione alla competizione stessa.

La situazione è quindi paradossale: si compete per il miglior appoggio, la migliore sponsorizzazione,  anziché per l’oggetto della competizione stessa. In un concorso o in una gara pubblica e più importante competere per l’avallo del notabile X e del politico Y anziché per prevalere sui diretti concorrenti nel contesto della gara o del concorso stesso!

Perché quindi non riportare la vera competizione al centro della nostra vita economica e sociale? Leale, sotto la luce del sole, pulita, che prevede solo il merito, non la capacità di relazione o la rete di favori incrociati che Tizio o Caio hanno saputo costruire e mantenere nel tempo. 

 Si noti che in questo contesto ho scelto la parola “competizione” che rappresenta una buona sintesi di altre due parole che in alcuni casi avrei potuto usare come sinonimi: “Meritocrazia”, ovvero competizione sui meriti effettivamente riscontrati, e “Concorrenza” ovvero competizione economica regolata in mercati liberi da condizionamenti.

Molti penseranno a questo punto che quanto detto sin qui rappresenti una visione utopica del mondo, a costoro o risponderò che sarei molto felice se nel nostro paese il fenomeno della competizione sommersa diventasse fisiologico, come accade in altri paesi europei, e non patologico ed insostenibile come purtroppo accade adesso in Italia.

In che direzione dobbiamo andare per far si che ciò accada?

A mio avviso vi sono alcuni passi preliminari che richiedono molta attenzione, poichè sono relativi al riconoscimento della competizione come bene superiore della comunità e della Nazione.

Il nostro ordinamento costituzionale e le nostre istituzioni dovrebbero riconoscere questo fatto e porlo come uno dei principi fondamentali della nostra società.

L’importanza del riconoscimento della competizione, come un patrimonio fondamentale del nostro contratto sociale, risisiede nel fatto che ciò finalmente metterebbe fuori dal confine della legalità, e più in generale lo trasformerebbe in un comportamento socialmente inaccettabile, qualunque tentativo di alterare le regole che riguardano la Meritocrazia, la libertà d’impresa  e la libera Concorrenza.

Un riconoscimento siffatto della competizione, come valore nella nostra struttura istituzionale, sei già in essere, renderebbe, ad esempio, incostituzionali, facendoli decadere, antichi e consolidati privilegi di casta.

Tutti gli italiani, infine, dovrebbero essere liberi di poter iniziare un’attività imprenditoriale e quindi liberi di poter realmente e lealmente competere con i loro concittadini in un quadro di generale progresso della nazione.

Stiamo teorizzando un “tutti contro tutti” selvaggio?  Credo proprio di no, si tratta solo di capire e promuovere il fatto che la competizione è un valore sociale forte che ci fortifica come Nazione e che farà sempre e comunque parte della nostra società. Ci si dovrà certamente focalizzare sulle regole che rendano la competizione, anche se dura,  leale e rispettosa dei diritti fondamentali delle persone, degli imprenditori e dei lavoratori.

Per quanto concerne le nostre istituzioni,  le norme da introdurre dovrebbero a mio avviso riguardare:

  • Il riconoscimento della leale competizione come bene superiore di interesse nazionale nel rispetto dei principi fondamentali e dei diritti dell’individuo e della libertà d’impresa.
  • Il riconoscimento della leale competizione come principio fondamentale per soggetti economici e per gli individui che non può essere limitato nello spazio e nel tempo.
  • La garanzia per legge,  dell’accesso e della lealtà riguardo qualunque competizione tra individui ed imprese.
  • Il fatto che ogni cittadino italiano, da solo o in società, dovrà avere la libertà, nei vincoli del proprio patrimonio, di avviare un’attività imprenditoriale, senza vincoli di territorio e di tempo. Lo Stato dovrà favorire e proteggere l’attività imprenditoriale con la legge.
  • Il fatto che ogni cittadino italiano, ed ogni impresa, dovranno avere il diritto di pubblicizzare le proprie capacità professionali e i risultati da loro ottenuti, purché rispondenti al vero.
  • Il favorire un equo accesso al credito per i soggetti imprenditori e un meccanismo tale da garantire un eguale criterio di valutazione delle posizioni di rischio da parte degli istituti di credito

I vantaggi che si vogliono ottenere da una regolamentazione della competizione tra individui e tra soggetti economici e dalla potenziata libertà di impresa e di pubblicità delle capacità professionali, sono i seguenti:

  • Riduzione delle barriere di ingresso per i nuovi soggetti.
  • Riduzione di posizioni di rendita nel commercio, nell’industria e nei settori professionali.
  • Eliminazione del controllo e della manipolazione dei mercati da parte degli ordini professionali.
  • Eliminazione dei tetti per l’accesso all’esercizio professionale e per l’accesso al commercio con esercizio pubblico.
  • Riduzione nella disparità di accesso al credito.
  • Incremento della corretta informazione circa la capacità, ed i successi professionali.
  • Riduzione dei casi di concorrenza sleale e di abuso di posizione dominante.
  • Creazione di un ambito meritocratico, mediante classifiche di merito, nel libere professioni.
  • Rafforzamento del sistema economico italiano e della sua competitività nel contesto europeo e mondiale.
  • Rafforzamento del sistema industriale con aumento dell’innovazione e dei brevetti registrati in ambito europeo e mondiale
  • Individuazione dei settori strategici di massima competitività e ulteriore Innalzamento dell’indice di competitività dei settori strategici e dell’intera economia.
  • Innalzamento del tasso generale di competizione nei principali settori industriali e del commercio con conseguente riduzione dei prezzi all’utenza finale e aumento della capcità di esportazione.

Queste sono le premesse per un economia intrinsecamente forte che non ha paura di competere sui mercati domestici e può diventare assolutamente protagonista sui mercati mondiali.

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Gli Italiani e Gordon Ramsay

Per chi non lo conoscesse Gordon Ramsay è un simpatico cuoco inglese (E già….! Quasi un ossimoro…), di origine scozzese, protagonista di alcuni programmi televisivi di successo (Kitchen Nightmares e Hell’s Kitchen, n.d.r.).

Il tipo è noto per 2 sue caratteristiche fondamentali: è naturalmente collerico (anche se simpaticamente, alla Braccio di Ferro…) ed è molto attento al business (da scozzese nell’anima) della ristorazione, tanto da fungere, in alcune delle sue trasmissioni, da super consulente nel tentativo di salvare ristoranti, già di grido, caduti in disgrazia.

Cosa abbiamo da imparare noi Italiani da Gordon? Si proprio da lui, che invece da noi Italiani ha imparato e preso tantissimo  per la preparazione dei suoi piatti più famosi? Secondo me molto.

Lezione Numero 1: Pragmatismo

Guardando Kitchen Nightmares ci si accorge abbastanza in fretta di una cosa: in un ristorante non sono tanto importanti le portate nel menu, ne l’abilità dello chef, quanto invece i fondamentali.

Prima di allestire un sofisticato menu, o un locale lussuoso, il business deve funzionare, il locale non deve tradire il cliente sui fondamentali e la gestione deve essere profittevole. Senza questo tutto il resto ha poco senso. Tornando a noi ed alla nostra poilitica, è chiaro ed evidente che noi Italiani adottiamo un approccio diametralmente opposto!

Prima tutto il resto! Le discussioni, gli interessi di parte, le polemiche, i veti, le ripicche, gli scambi, e poi, se resta tempo, i fondamentali ovvero la competitività del sistema paese, l’affidabilità internazionale, la robustezza economica, il lavoro, la distribuzione del reddito e la crescita del Paese nel tempo.

 Gordon misura il successo del suo ristorante da quanto incassa per sera, non da quanto se ne parla, non dal fatto che i clienti siano o meno simpatici, di un tipo o di un altro, non da quante portate ci sono nel menu o da quante recensioni favorevoli ci sono sui giornali. La parola chiave è: performance.

Anche noi, come lui, dovremmo imparare a misurare i nostri politici sulla performance che sono in grado di esprimere, non sui proclami, non sulle posizioni, non sulle ideologie, non sui provvedimenti populistici che favoriscono questa o quella categoria. I politici si misurano non sui provvedimenti, ma sugli effetti che tali provvedimenti producono migliorando o peggiorando lo stato complessivo della Nazione. Guardiamo, una volta per tutte, cosa ci resta in cassa a fine serata!

Lezione Numero 2: Cambiamento

Quando c’è da cambiare si cambia. Quando le cose non funzionano in cucina o in sala, quando i fondamentali non sono rispettati, quando gli antipasti non arrivanoin tavola entro 15 minuti, quando i piatti arrivano freddi o quando i clienti si lamentano: si cambia.

Qualcuno ha coniato la seguente definizione di “matto”, definizione che mi trova del tutto in sintonia:

“Matto è colui che si ostina a fare e rifare la stessa medesima cosa sperando che il risultato finale cambi”

Gordon è ben conscio che per migliorare occorre cambiare, magari non stravolgere, ma sicuramente cambiare. Rifare all’infinito gli stessi errori non porta a nulla, si rischia, in accordo con la definizione precedente, di fare la figura dei matti. Cambiare si può e si deve, ma in che direzione andare? Certamente non è sufficiente cambiare, semplicemente “sperando” di migliorare. I cambiamenti vanno fatti a ragion veduta, con una ragionevole speranza che essi possano sortire effetti benefici sul risultato. In questo Gordon è nuovamente un buon maestro, cambia dopo aver capito cosa cambiare e capisce dopo aver misurato.  Gordon si rende conto velocemente della velocità e dell’accuratezza dei cuochi, della puntualità e della precisione del personale di sala nel prendere gli ordini,  della gentilezza e della prontezza nel risolvere i problemi del maitre. Chi non è all’altezza viene messo immediatamente davanti alle proprie responsabilità e, se non migliora in breve tempo, viene gentilmente, ma fermamente rimosso.

Forse è questo il motivo per cui i nostri concittadini Europei ci considerano in fondo un po matti come popolo, continuiamo negli anni a ripeter gli stessi errori, ricadiamo in mano agli stessi venditori di promesse populiste e strampalate e nulla facciamo per misurare e migliorare le cose. Viceversa consideriamo matto, tecnocrate, senz’anima, burocrate a persino antidemocratico chi si attiene ai fatti, solo a quelli, e da quelli vuole partire per costruire un futuro migliore indipendentemente dall’ideologia e dalla parte politica.

 Le discussioni e le decisioni di parte forse sono il sale della Democrazie, e sicuramente sono ciò che infiamma i cuori Italiani, in passato anche sotto forma di tifo da stadio, ma ricordiamoci che prima di tutto ciò vengono i nostri fondamentali. Chi governa e non riesce a portare risultati sui fondamentali, sulle metriche basilari di funzionamento dello Stato e del nostro sistema sociale, non ha titolo per occuparsi del resto, non ha titolo per mettere pietanze sofisticate nel menu, per venderci sogni o per farci promesse di nessun tipo. Deve solo essere fermamente rimosso per lasciare il posto a soggetti più capaci.

Lezione Numero 3: Non Finisce Qui!

Negli episodi di Kitchen Nighmares la parte finale è spesso dedicata agli sviluppi della storia. Gordon è quasi sempre riuscito a rimettere più o meno in sesto un certo locale che prima era nei guai e torna a trovare i gestori dopo un perdiodo di tempo più o meno lungo, diciamo un anno o più.  

In alcuni casi il gestore ha recepito i metodi  e gli insegnamenti di Gordon ed è riuscito a mantenere nel tempo una gestione profittevole ed il buon nome del locale, in altri casi le cose non sono andate altrettanto bene ed il proprietario ha ceduto l’attività o è addirittura fallito.

Ciò ci fa capire facilmente che la buona gestione, l’efficienza, il buon nome, la fiducia dei clienti e l’attitudine positiva del personale sono risultati che una volta raggiunti vanno mantenuti nel tempo.

Gordon sa benissimo che ribaltare una situazione negativa richiede sforzi e sacrifici notevoli, ma sa anche che la parte più difficile dell’opera è rendere permanenti i risultati e le conquiste duramente ottenuti.

Questo è il motivo per cui occorre tornare nel locale qualche tempo dopo, per vedere se l’impresa è stata veramente compiuta, dove lo scopo ultimo, lo si capisce nel finale, non era quello di salvare economicamente il locale (sarebbe bastato concedergli un prestito, proprio come l’Europa ha fatto con la Grecia e forse voleva fare con l’Italia…), quanto cambiare l’attegiamento della proprietà e della gestione per innescare un circolo virtuoso durevole, tale da permettere all’attività di proposperare ed ai dipendenti di lavorare con soddisfazione.  Occorre inoltre sottolineare come anche in questo caso, le vite private, la felicità e la soddisfazione delle persone che lavorano nel locale dipendono da quello che queste persone fanno, da come lo fanno e dai risultati che ottengono dal loro lavoro, risultati sia economici che qualitativi.

Come nel caso dei locali di Kitchen Nighmares, gli Italiani dovrebbero capire che le amare ricette imposte dalla crisi finanziaria sono solo l’inizio del percorso e non sono certo ciò che ci salverà. Occorre cambiare passo, occorre trarre profitto da questa dura lezione e cercare di non cascare mai più in situazioni simili.

Per questo motivo bisogna mettere all’opera dei meccanismi che ci assicurino che la gestione sia buona e virtuosa nel tempo, che tenda sempre al miglioramento complessivo della Nazione, sul piano economico e sociale, e di riflesso sul piano della soddisfazione personale dei Cittadini. Tutto ciò non si raggiunge per magia, occorre duro lavoro, metodo e disciplina.

Abbiamo certo tutte le caratteristiche di intelligenza e creatività per costruire il sistema che ci può garantire un futuro migliore e ci può difendere dalle turbolenze future.

Concludendo, siamo certo consapevoli che gestire una Nazione non è certo come gestire un locale, ma alcuni principi base sono certamente gli stessi: rispettare e curare i fondamentali, controllare e misurare continuamente, senza mai fidarsi alle impressioni, senza farsi prendere da facili entusiasmi o da precoci depressioni. Delineare infine un metodo che alimenti il circolo virtuoso e lo perpetui nel tempo.

Nel nostro caso i fondamentali saranno le regole ed i principi che dovremo astrarre dalla competizione politica.

I controlli e le misure ci serviranno per indirizzare l’azione di governo ed i necessari cambiamenti, nella politica e nella società, cambiamenti necessari nell’interesse di tutti i Cittadini. 

Nuovi meccanismi istituzionali ci permetteranno, infine, di attuare i metodi per garantire la buona gestione in modo strutturale.

 

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