Affrontare la Competizione

 

La competizione è di destra o di sinistra?

A quanto pare la competizione non è un valore di parte, anche nei regimi più totalitari, dell’una e dell’altra ideologia, vi è sempre stato un alto livello di competizione nella società, come vi è nella vita di tutti i giorni e come, innegabilmente, vi è oggi nello scenario economico globale.

La competizione è certamente connaturata nella realtà biologica del nostro mondo. Sia nel caso in cui si voglia credere alle teorie evoluzioniste, o che si voglia parlare di disegno intelligente della vita sul nostro pianeta, e anche nel caso in cui ci si riferisca al creazionismo di stampo cattolico ortodosso, bisognerà ammettere che tutto ciò che siamo e che saremo non sarebbe, e non potrebbe in aclun modo essere, senza la Competizione. La competizione e parte di noi e della nostra vita, è scritta, in qualche modo nei nostri geni.

Razionalmente a volte la rifuggiamo, la tolleriamo malvolentieri, la stigmatizziamo o la neutralizziamo con regole più o meno razionali, ma in fondo sappiamo che è sempre lì. Se vogliamo qualcosa, in tutti i campi, dobbiamo lottare e competere per ottenerla, e se riusciamo raggiungere ciò che desideriamo non è certo finita. Sappiamo che dovremo ancora lottare per mantenerlo nel tempo.

 Se questa è l’innegabile, ineluttabile e  universale realtà della vita biologica sul pianeta, della vita intelligente e della stessa società civile,  vale la pena chiedersi come sono, come si comportano gli Italiani quando si tratta di competere?

Alcuni fenomeni sociali ed economici sono sotto gli occhi di tutti ed accadono tutti i giorni:

  • Abbiamo un’economia di tipo occidentale aperta alla competizione tra soggetti economici, ma poi vi è una quantità di monopoli di fatto e di cartelli che controllano prezzi e condizioni del mercato.
  • Abbiamo un sistema competitivo di concorsi pubblici per l’accesso al lavoro pubblico, ma poi gran parte delle assegnazioni avviene per preferenza privata e per privilegio.
  • Abbiamo liberi professionisti in competizione tra loro per la clientela, ma abbiamo anche ordini professionali in grado di regolare il mercato a proprio piacimento e vantaggio persino fissando il prezzo delle prestazioni delle prestazioni.
  • Abbiamo un sistema del commercio aperto alla competizione tra aziende, ma poi abbiamo delle norme che regolano il mercato e limitano l’accesso al mercato e la competizione territoriale. Si prenda ad esempio il caso delle farmacie, della grande distribuzione e dei servizi pubblici di ristorazione.
  • Abbiamo aziende private che operano in un libero mercato che dovrebbero premiare l’eccellenza manageriale, nel loro stesso interesse, ma che spesso sono coinvolte in situazioni di scarsa meritocrazia, scarsa competitività sui mercati esteri, di corruzione relativa alle commesse pubbliche e a quelle private, con una classe dirigenziale e manageriale che, a questo tipo di affari, si adegua fin troppo facilmente.
  • Abbiamo una formazione, un indole ed un tessuto sociale che ci rende competitivi a livello mondiale, esportiamo talenti verso le nazioni economicamente più progredite, ma siamo, ormai da qualche anno, costantemente in discesa nella classifica mondiale dei paesi più competitivi e la nostra economia vive da più di un decennio una fase di forte stagnazione.

La lista potrebbe impietosamente andare avanti, con situazioni, attitudini e comportamenti che tutti noi ben conosciamo.

Quale conclusione possiamo trarre da tutto ciò? È vero, come qualcuno dice , che noi Italiani siamo allergici alla competizione? O è forse vero, come dicono altri, che questo è il paese dei furbi, dove il più furbo vince la competizione?

La realtà, a mio avviso, è forse più semplice di quello che sembra, gli Italiani, noi Italiani, non siamo affatto allergici alla competizione e quando siamo chiamati a competere siamo bravi, come e più di altri.

In realtà, siamo solo insofferenti ed ineducati alle regole. La dimostrazione di ciò è immediata: la ricerca di un sistema di relazioni di favore da parte di aziende e individui, che possa supportare l’accesso a posizioni di vantaggio è di fatto una vera e propria competizione.

In Italia in molti, a tutti i livelli, operano in tal senso, nel settore pubblico come in quello privato. La ricerca del privilegio e di uno vantaggio implicito qualunque in una regolare competizione è “conditio sine qua non” per la partecipazione alla competizione stessa.

La situazione è quindi paradossale: si compete per il miglior appoggio, la migliore sponsorizzazione,  anziché per l’oggetto della competizione stessa. In un concorso o in una gara pubblica e più importante competere per l’avallo del notabile X e del politico Y anziché per prevalere sui diretti concorrenti nel contesto della gara o del concorso stesso!

Perché quindi non riportare la vera competizione al centro della nostra vita economica e sociale? Leale, sotto la luce del sole, pulita, che prevede solo il merito, non la capacità di relazione o la rete di favori incrociati che Tizio o Caio hanno saputo costruire e mantenere nel tempo. 

 Si noti che in questo contesto ho scelto la parola “competizione” che rappresenta una buona sintesi di altre due parole che in alcuni casi avrei potuto usare come sinonimi: “Meritocrazia”, ovvero competizione sui meriti effettivamente riscontrati, e “Concorrenza” ovvero competizione economica regolata in mercati liberi da condizionamenti.

Molti penseranno a questo punto che quanto detto sin qui rappresenti una visione utopica del mondo, a costoro o risponderò che sarei molto felice se nel nostro paese il fenomeno della competizione sommersa diventasse fisiologico, come accade in altri paesi europei, e non patologico ed insostenibile come purtroppo accade adesso in Italia.

In che direzione dobbiamo andare per far si che ciò accada?

A mio avviso vi sono alcuni passi preliminari che richiedono molta attenzione, poichè sono relativi al riconoscimento della competizione come bene superiore della comunità e della Nazione.

Il nostro ordinamento costituzionale e le nostre istituzioni dovrebbero riconoscere questo fatto e porlo come uno dei principi fondamentali della nostra società.

L’importanza del riconoscimento della competizione, come un patrimonio fondamentale del nostro contratto sociale, risisiede nel fatto che ciò finalmente metterebbe fuori dal confine della legalità, e più in generale lo trasformerebbe in un comportamento socialmente inaccettabile, qualunque tentativo di alterare le regole che riguardano la Meritocrazia, la libertà d’impresa  e la libera Concorrenza.

Un riconoscimento siffatto della competizione, come valore nella nostra struttura istituzionale, sei già in essere, renderebbe, ad esempio, incostituzionali, facendoli decadere, antichi e consolidati privilegi di casta.

Tutti gli italiani, infine, dovrebbero essere liberi di poter iniziare un’attività imprenditoriale e quindi liberi di poter realmente e lealmente competere con i loro concittadini in un quadro di generale progresso della nazione.

Stiamo teorizzando un “tutti contro tutti” selvaggio?  Credo proprio di no, si tratta solo di capire e promuovere il fatto che la competizione è un valore sociale forte che ci fortifica come Nazione e che farà sempre e comunque parte della nostra società. Ci si dovrà certamente focalizzare sulle regole che rendano la competizione, anche se dura,  leale e rispettosa dei diritti fondamentali delle persone, degli imprenditori e dei lavoratori.

Per quanto concerne le nostre istituzioni,  le norme da introdurre dovrebbero a mio avviso riguardare:

  • Il riconoscimento della leale competizione come bene superiore di interesse nazionale nel rispetto dei principi fondamentali e dei diritti dell’individuo e della libertà d’impresa.
  • Il riconoscimento della leale competizione come principio fondamentale per soggetti economici e per gli individui che non può essere limitato nello spazio e nel tempo.
  • La garanzia per legge,  dell’accesso e della lealtà riguardo qualunque competizione tra individui ed imprese.
  • Il fatto che ogni cittadino italiano, da solo o in società, dovrà avere la libertà, nei vincoli del proprio patrimonio, di avviare un’attività imprenditoriale, senza vincoli di territorio e di tempo. Lo Stato dovrà favorire e proteggere l’attività imprenditoriale con la legge.
  • Il fatto che ogni cittadino italiano, ed ogni impresa, dovranno avere il diritto di pubblicizzare le proprie capacità professionali e i risultati da loro ottenuti, purché rispondenti al vero.
  • Il favorire un equo accesso al credito per i soggetti imprenditori e un meccanismo tale da garantire un eguale criterio di valutazione delle posizioni di rischio da parte degli istituti di credito

I vantaggi che si vogliono ottenere da una regolamentazione della competizione tra individui e tra soggetti economici e dalla potenziata libertà di impresa e di pubblicità delle capacità professionali, sono i seguenti:

  • Riduzione delle barriere di ingresso per i nuovi soggetti.
  • Riduzione di posizioni di rendita nel commercio, nell’industria e nei settori professionali.
  • Eliminazione del controllo e della manipolazione dei mercati da parte degli ordini professionali.
  • Eliminazione dei tetti per l’accesso all’esercizio professionale e per l’accesso al commercio con esercizio pubblico.
  • Riduzione nella disparità di accesso al credito.
  • Incremento della corretta informazione circa la capacità, ed i successi professionali.
  • Riduzione dei casi di concorrenza sleale e di abuso di posizione dominante.
  • Creazione di un ambito meritocratico, mediante classifiche di merito, nel libere professioni.
  • Rafforzamento del sistema economico italiano e della sua competitività nel contesto europeo e mondiale.
  • Rafforzamento del sistema industriale con aumento dell’innovazione e dei brevetti registrati in ambito europeo e mondiale
  • Individuazione dei settori strategici di massima competitività e ulteriore Innalzamento dell’indice di competitività dei settori strategici e dell’intera economia.
  • Innalzamento del tasso generale di competizione nei principali settori industriali e del commercio con conseguente riduzione dei prezzi all’utenza finale e aumento della capcità di esportazione.

Queste sono le premesse per un economia intrinsecamente forte che non ha paura di competere sui mercati domestici e può diventare assolutamente protagonista sui mercati mondiali.

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