Gli Italiani e La Competizione Globale

Basta Solo Partecipare o Bisogna Vincere?

Siamo immersi in un contesto competitivo globale: possiamo evitare di competere con le altre nazioni? La domanda è banale e la risposta non ammette repliche: no.

Ciò è vero per le economie occidentali, per i paesi emergenti ed è vero persino per quei paesi che ancora si definiscono comunisti. Anche le nazioni del terzo mondo sono chiamate a competere, da un lato per far emergere le loro deboli economie, dall’altro per ottenere una fetta sempre più larga di aiuti dalle nazioni più sviluppate.

La vera domanda non è quindi se vogliamo competere, ma come vogliamo competere. L’economia mondiale purtroppo non è un Olimpiade ed il motto del nobile pedagogista De Coubertin (In Figura: Pierre de Frédybarone di Coubertin Parigi 1 Gennaio 1863, Ginevra 2 Settembre 1937),  mal si addice al contesto, qui non è importante partecipare, qui è essenziale vincere. Restare indietro in questo contesto significa perdere benessere, perdere delle opportunità, perdere peso e potere politico e perdere l’opportunità di un futuro migliore.

Le due correnti ideologiche prevalenti negli ultimi tre secoli proponevano una visione diversa riguardo lo sviluppo economico e sociale, entrambe con dei problemi di fondo che si sono poi manifestati in tutta la loro gravità:

 1.       Comunismo: dove lo stato poteva e voleva garantire uguaglianza e prosperità tramite il governo dei cittadini e dei lavoratori e dove tutta l’economia, e persino la felicità del popolo, veniva programmata e gestita centralmente dall’apparato di partito. Sappiamo tutti come è andata a finire.

 2.       Capitalismo di stampo Occidentale:  regge a fatica in molta politica delle democrazie occidentali, per questo movimento ideologico la liberta economica, il libero mercato e la libera competizione economica sono quasi sinonimi di democrazia. Questo modello, economico sociale, è stato in grado di produrre prosperità, sviluppo e libertà per tutti noi fino ad oggi, fino al momento della grande crisi della finanza e del debito sovrano degli stati occidentali. Non sappiamo ancora come andrà a finire, ma dalla caduta del muro di Berlino in poi, la via del degrado imboccata dalla società civile nelle economie occidentali, sembra oggi una via senza ritorno.

Oltre queste due visioni ideologiche vi è poi l’approccio dei paesi emergenti (BRICs: Brasile, India, Cina e Russia ), che soprattutto in campo economico, sembrano aver messo in un bel ripostiglio (almeno sul piano pratico, se non su quello ideologico e politico, si veda ad esempio il caso della Cina, N.d.r) le derive ideologiche e sono invece molto più improntati al pragmatismo economico e al successo nella competizione globale.

Non credo ci sia molto da imitare nel modello delle nazioni BRIC, la società e la civiltà espressa da queste nazioni non può certo essere presa a modello, soprattutto da chi, come noi Italiani, vanta una lunga tradizione di forme di governo costituzionali evolute, seppure con luci ed ombre.

Ma c’è del buono in ciò che questi paesi stanno facendo, c’è del buono nel pragmatismo, nell’inventiva, nella capacità di reazione in campo economico e nella ricerca costante di competitività e progresso sociale.  Questi paesi sanno darsi degli obiettivi, sanno mantenerli stabili nel tempo, sanno perseguirli con costanza e con un attenzione maniacale alla performance dell’intero sistema economico.

Queste nazioni, è un dato di fatto, progrediscono: noi regrediamo.

Ripetiamoci quindi la domanda fondamentale, ripetiamocela persino in modo ossessivo:

come vogliamo competere nel contesto mondiale?

Tutti noi vorremmo avere una risposta efficace, la realtà ci dice invece che non vi è una risposta semplice.

Come per vincere una competizione sportiva non bastano solo dei buoni muscoli allenati,  ma è necessario avere una grande concentrazione, una grande motivazione, una buona tattica, un’eccellente strategia, un’ottima attrezzatura ed il sostegno dei tifosi, così, per vincere nella competizione globale, occorrono diversi ingredienti :

  • Una robusta economia interna
  • Una stabilità istituzionale degli obiettivi
  • Un organo di governo incentivato ed orientato alla performance
  • Una macchina pubblica snella e reattiva
  • Un’industria, con una strategia di fondo, che sia in grado di far leva sulla macchina dello Stato e sulla struttura della società
  • Una società che guarda positivamente alla competizione, come si guarda ad una risorsa, e non come ad un incombente minaccia

In poche parole abbiamo bisogno di un team che abbia una mentalità vincente.

Quali sono dunque i passi essenziali per poter trasformare l’Italia in una democrazia da competizione?

Il primo passo, essenziale, è quello di aumentare il tasso di competitività interno della nostra economia. Come i campioni si allenano tra le mura della palestra di casa, prima di affrontare le grandi competizioni internazionali, così anche noi dovremmo “fare i muscoli ed il fiato” nell’ambito del nostro mercato interno.

Il secondo passo, anch’esso è essenziale, richiede un orientamento alla performance del governo della Nazione.

Abbiamo necessità di governi che abbiano:

  • Motivazione a prevalere in campo internazionale
  • Strategie vincenti
  • Capacità di esecuzione ed efficiente pragmatismo  

I nostri governi, come i buoni atleti, dovranno saper e voler vincere, ma dovranno anche saper perdere.

Solo chi sà accettare la sconfitta è veramente pronto a vincere. (Era un motto caro a Jean Todt già Direttore Sportivo della Ferrari dei grandi successi dell’epoca Schumacher)

Abbiamo allora bisogno di governi che non hanno paura di misurarsi con le sfide eccezionali del nostro villaggio globale, che devono poter contare su una nazione motivata ed allenata alla competizione , ma che in caso di sconfitta siamo pronti ad una inesorabile, immediata è permanente uscita di scena in modo da lasciare spazio a persone più capaci e determinate.

Non possiamo più permetterci, nello scenario complessivo, di essere guidati da persone che hanno perso una sfida in nome e per conto dell’Italia e non possiamo più permetterci di aspettare la scadenza naturale del mandato di governo per indire nuove elezioni quando l’incapacità a governare è manifesta.

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