Archivi del mese: maggio 2012

Per Chi Facciamo il Tifo?

Siamo un popolo di tifosi, non possiamo fare a meno di schierarci da una parte o dall’altra. Più che essere a supporto di qualcosa o qualcuno ci piace da morire essere CONTRO qualche cosa. In questo certamente si sublima la nostra passione politica. La passione, intendiamoci,  non è mai un problema, ma sempre un valore, purtroppo qui non parliamo di un campionato qualunque o di un gioco qualunque, qui parliamo della nostra società, della nostra casa comune, delle nostre vite (non di quelli degli altri…).

Per chi facciamo il tifo?

Per chi facciamo il tifo?

E’ bello essere tifosi, andare allo stadio, vedere la propria squadra giocare, tifare con grande passione e poi, qualunque sia il risultato tornarsene a casa a rituffarsi nella propria vita, un po piu’ tristi o un po più contenti, a seconda del risultato. Risultato che in fondo nulla o ben poco ci cambia rispetto ai casi della nostra vita.

Nella politica non è questo il caso. Non possiamo fare i tifosi per una settimana durante le elezioni o per un mese durante la campagna elettorale, e poi tornare a “sonnechhiare” nelle nostre vite. Non possiamo farlo semplicemente perchè il risultato, e tutto ciò che ne segue, le nostre vite le cambia eccome.

Pensiamo un attimo a come una brutta politica ha cambiato il volto di questa Nazione negli ultimi 20 anni, pensiamo a ciò che eravamo e a ciò che siamo o, anche peggio, a ciò che potremmo diventare… Eppure la passione non è certo mancata! Siamo passati attraverso promesse epocali e proclami roboanti, di milioni di posti di lavoro, di ponti sullo stretto, di contratti firmati in TV, di cambiamenti e di riforme mai viste. E tutti lì a dire: si ce la possiamo fare, oppure: impossibile! Nessuno però a misurare!

Ci sono voluti venti (dico 20 e lo riscrivo V E N T I) anni per rendersi conto del fallimento di quella politica. Oggi mi domando: avevamo ed abbiamo venti anni da regalare alle Nazioni che competono con noi nel mondo globalizzato? In venti anni questa Nazione è arretrata, si è impoverita economicamente e culturalmente, non ha più la speranza di poter garantire a propri figli un futuro migliore di quello dei loro padri. Chi ci ripagherà di tutto questo? E mi domando ancora: era il caso di fare il tifo o forse era meglio misurare i risultati? Era il caso di aspettare venti anni? Se avessimo misurato con dei dati oggettivi all mano avremmo dimostrato l’inconsistenza e l’incapacità di chi ci ha governato? Con un meccanismo istituzionale avremmo potuto “licenziare” dopo 5 anni questi signori e avremmo poi potuto salvare parte della nostra competitività? Io sono CERTO di si.

Eccolo, il problema è tutto qui. Qualcuno dirà che la Democrazia contiene già un meccanismo implicito di valutazione dell’operato dei governi e delle parti politiche: chi non porta benessere e miglioramento non verrà certo eletto alla prossima tornata elettorale.

Oggi abbiamo però scoperto che non è così: le facce restano quelle, fallimento dopo fallimento, in un terribile gioco al ribasso dove abbiamo visto andare e tornare gli stessi protagonisti della disfatta, e il tutto è durato V E N T I anni.

Io dico, senza alcun timore di essere smentito, che da ora in poi non abbiamo più venti anni o dieci, e nemmeno cinque anni per capire se chi ci governa è incapace. L’incapacità crea un danno immediato alla nostra società e va intercettata immediatamente!

Una Nazione in mano a un team di imbecilli in un anno regredisce facilmente di 5 anni e offre un regalo inatteso e forse un vantaggio incolmabile ai paesi concorrenti.

Se qualcuno dovesse nutrire dei dubbi sul perchè occorre misurare la politica questa è la mia risposta.

Basta con il tifo, o meglio basta con il tifo di parte, iniziamo a tifare per l’Italia. I partiti, i movimenti, tutti i soggetti politici, in questa cultura post-ideologica, altro non sono che degli strumenti per raggiungere una migliore competitività della nostra società.

Conta la capacità, conta vincere, conta fare le cose giuste al momento giusto, contano i fatti. Non ci difenderemo dai Cinesi o dagli Indiani o dai Brasiliani con i proclami e con le promesse di partiti e movimenti vecchi e nuovi, ma solo ed esclusivamente con i fatti. In Grecia di idee e di tifo e di partiti ne avevano e ne hanno anche più che in Italia, ai greci sono però mancati i fatti, i fatti per eliminare corruzione, clientelismo, lassismo ed inefficienza.

Vi è un solo modo per essere certi dei fatti, per inchiodare le persone alle proprie responsabilità, per smascherare i truffatorie gli imbonitori di popolo: occorre misurare i risultati

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Elezioni Amministrative: il “nuovo” che avanza?

Elezioni amministrative, passo stanco di una democrazia ancora più stanca.

Vecchi partiti che con fare stantio e proclami ”di una volta” dichiarano vittorie e sconfitte da ”interpretare” o sulle quali ”riflettere”.

Nuovi partiti che proclamano l’avvento di nuove Repubbliche (reloaded o 3.0 ?) e la fine della vecchia politica, perché è l’ora della politica dei fatti, dell’onestà, della sobrietà, dei giovani, etc…
La realtà è forse più semplice e più triste allo stesso momento: siamo una Nazione in ginocchio e invece di ricostruire la nostra casa pericolante stiamo mettendo lo stucco alle crepe sperando che chi vi abita non si accorga del pericolo di restare sotto le macerie.

Lo stucco si chiama ancora una volta populismo, quel vizietto della politica, che non è certo solo Italiano, ma che in Italia diventa arte e scienza della comunicazione, con professionisti ed esperti di livello mondiale. Potremmo dire che il populismo Italico altro non è che la stessa sindrome da ”siamo tutti allenatori della Nazionale” che noi Italiani abbiamo quando si parla di calcio. Quando la benemerita squadra azzurra gioca i mondiali o gli europei, tutti abbiamo la formazione o lo schema perfetto per vincere… Tutti abbiamo ovviamente capito dov’è il problema, e tutti, ovviamente, sapremmo fare meglio, dell’allenatore di turno!

Ma nella vita, come nel calcio e nello sport (che è poi una grande scuola di vita), quello che conta sono i risultati, non le chiacchere. Eccoci quindi al difetto della nostra politica, vecchia e sedicente nuova: non accetta di essere misurata, forse non ha gli ”attributi” necessari per accettare di essere misurata sui propri risultati.

Chi fa l’allenatore di calcio ed è un professionista lo sa bene: fare proclami serve a poco, al massimo a spronare la squadra, alla fine conta solo il verdetto del campo e la posizione in classifica. E’ un mestiere dove gli ”attributi” non sono un optional, un mestiere per pochi, per gente che sa’ perdere prima di imparare a vincere e a proclamare vittorie, un mestiere dove la faccia occorre metterla quando le cose vanno bene e quando le cose vanno male, un mestiere dove la valigia è sempre pronta perché se i risultati non arrivano qualcuno ti indica la porta.

La nostra politica diventerà nuova, quando avrà il coraggio di dire che la nostra comune casa è da ricostruire perché è oramai vecchia e non vale più la pena tappare i buchi e le crepe. Sarà nuova quando dirà a tutti che le chiacchere non contano (ma questo non lo dicono anche le forze dell’antipolitica..?),  quando accetterà di farsi misurare su un sistema di indicatori gestito in modo indipendente (questo però gli ”antipolitici” l’hanno dimenticato, e dico io, chissà come mai…) quando infine sarà pronta a dare spazio ad altri nel momento in cui i risultati non indicheranno un reale progresso.

Se cerchiamo il Nuovo, dobbiamo allora cercare le capacità e la volontà e l’umiltà dei grandi uomini, insomma gli ”attributi”, non le chiacchere. Con le chiacchere da bar non si vincono i mondiali, è il campo che conta, è la classifica che conta, e queste, ovvero i risultati, sono le uniche cose che contano.

Cerchiamo qualcuno che ci rappresenti e che sia pronto, prima di tutto, ad accettare la propria sconfitta, che sia veramente pronto ad accettare il verdetto del campo. In  questo caso saremo felici di parlare di politica nuova, il resto è solo vecchio populismo, un “celodurismo” camuffato da nuovo che avanza, solo facce nuove per ricette vecchie.

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Perché non ho fiducia

Ce la faremo, ce la faremo, anzi no.....

Ce la faremo, ce la faremo, anzi no…..

E’ solo una questione di fiducia, fiducia dei mercati, fiducia delle persone nel governo e nelle istituzioni, fiducia dei consumatori che risparmiano o spendono, fiducia che in fondo tutto ciò possa passare, che possa finire questa che qualcuno comincia a definire come una sorta di terza guerra mondiale, tali e tante sono la macerie (e i morti?) che ci lasceremo dietro quando sarà finita.

Oggi non riesco ad avere fiducia, non riesco ad accodarmi agli ”speranzosi” a quelli che dicono che in fondo ce la faremo. La ragione per questo mio disperare non è unica ve ne sono almeno 3.

A differenza di ciò che in molti pensano, il nostro problema principale NON è il debito. Altri paesi hanno un debito sovrano paragonabile al nostro, USA e Giappone, ad esempio, ma non risentono della crisi e della pressione dei mercati così come ne risentiamo noi. Il motivo di questa ”disparita’” di trattamento sta tutta nella capacità di crescita di questa nostra economia.

La ”stagnazione” di cui soffre la nostra economa viene da lontano, ha afflitto il funzionamento della nostra democrazia per tutto il primo decennio degli anni 2000. E’ un male dalle radici profonde e che governi su governi non sono riusciti a debellare.

Si è sempre cercato un rimedio ”sintomatico”, qualcosa che ci togliesse il dolore immediato e quindi anche la preoccupazione, l’ansia, quando neanche il rimedio sintomatico era possibile la politica ci ha allora distratto in mille modi pur di non farci vedere come stavano le cose.

Oggi i fatti sono venuti a bussare alla porta: i rimedi sintomatici non sono più possibili e non servono più e le cure da cavallo si impongono come inevitabili.

Ed eccoci alle 3 ragioni del mio pessimismo, la crescita che ci serve non è come l’acqua per i rabdomanti, qualcosa che si cerca con un metodo quasi esoterico o per tentativi facendo buchi qua e la. E’ fin troppo chiaro che la mancata crescita, nel caso dell’Italia, ha 3 ragioni fondamentali:

  • Assenza di meritocrazia
  • Corruzione pervasiva
  • Evasione fiscale selvaggia

 Meritocrazia

La nostra è una Repubblica fondata sull’amicizia, verrebbe da dire, dove gli amici e gli amici degli amici servono e portano al lavoro ed alle carriere . Lavoro e carriera  sono costruiti sulle relazioni individuali  e sono la ricompensa per un intreccio infinito di obblighi e favori che ci facciamo gli uni verso gli altri. Tutto ciò è la norma ed è francamente delirante.  Non esiste il merito, non esiste la cultura del risultato che premia il lavoro, non esiste la capacità individuale e la leadership che traina le aziende ed il paese verso il successo. Mi domando,  senza questi ingredienti, in quale crescita speriamo?

Se il problema del mercato del lavoro in Italia si riduce alla sola facilità nel poter licenziare, allora non ci siamo proprio capiti, qualcuno fa finta di non capire i termini della questione ed ignora, a bella posta, il vero problema. Per questo motivo sono molto pessimista!

Il tempo di risoluzione stimato per questo problema è molto lungo, si tratta di ristabilire i valori collettivi su cui si fonda la nostra società. Ci vorranno almeno 20 anni di provvedimenti e di un attento monitoraggio nei comportamenti sociali. Senza provvedimenti in questo campo non avremo mai più forze innovative e leadership capaci nella classe dirigente italiana, le migliori risorse del paese continueranno sempre più ad andare all’estero, come già fanno, e noi saremo guidati da una marmaglia di sedicenti populisti salvatori della patria.

Corruzione

Corruzione, o forse ”Corrosione”, così bisognerebbe chiamarla, qualcosa che ha corroso tutte le istituzioni e tutta l’economia, pubblica e privata.

Non vi è un angolo di questo paese che non ne sia vittima, al nord come al sud, nel pubblico e nel privato, persino nel clero, nella politica e nel terzo settore. Qualcuno ha anche misurato l’impatto economico del problema, ma a mio avviso, l’impatto complessivo è di ben altra portata, e riguarda la corruzione del nostro pensiero. Il danno più grande consiste nell’ essere arrivati a credere che questo sia oramai l’unico modo per fare affari in Italia, riguarda l’insegnamento che ogni giovane Italiano trae dalla vita di tutti i giorni: la strada giusta non è quella maestra del lavoro e dell’impegno, ma la scorciatoia, la ”mazzetta” o il favore da ricambiare.

Sono pessimista, coloro che dovrebbero fare qualche cosa per liberarci da questo cancro sono i nostri governi ed i politici, ovvero la classe più corrotta della nazione, gente che negli anni ha adottato  la corruzione come stile di vita, usandola a proprio vantaggio, per insediarsi in maniera inamovibile alla guida del paese in modo da perpetuare furti, corruzione, nepotismo ed appropriazioni indebite a danno del patrimonio nazionale.

Tempo stimato di risoluzione del problema: 15 anni,  se si opera con metodi istituzionali di ricambio generazionale nella politica e di riforma pesante dei meccanismi di controllo. Da 3 a 5 anni a seguito di eventuali violente reazioni popolari contro la classe politica.

Evasione Fiscale

L’unico problema di cui si parla, degli altri 2 si discute in modo  sommesso, e sembra che questi non siano poi così importanti.

L’evasione fiscale, e in generale, tutto l’assetto impositivo che l’Italia adotta da anni, meritano delle riforme pesanti ed immediate.

Paghiamo troppo, paghiamo in pochi, siamo troppo tolleranti verso chi usa il nostro denaro. Paghiamo troppo per ciò che riceviamo dallo stato, non pretendiamo di misurare ciò che otteniamo ad esempio rispetto alle altre nazioni europee, mentre lo stato certamente misura fino all’ultimo centesimo di ciò che noi contribuenti siamo tenuti a versare. Occorre cambiare rotta, lo stato ricerchi quell’efficienza e quelle misure di trasparenza che rassicurano i cittadini su come vengono utilizzati i fondi pubblici e per erogare i servizi dovuti.

Non possiamo più accettare un imposizione ”ingiustificata”, o meglio, giustificata solo dalla mancata ricerca di efficienza e dall’ammanco di fondi che sono stati inevitabilmente sottratti in maniera illecita.

L’enorme debito accumulato e l’evasione selvaggia fanno il resto: non abbiamo soldi da investire per creare crescita sana (corruzione e mancanza di meritocrazia a parte….).

I programmi per il recupero dell’evasione, seppur necessari, sono però invisi a chi ha sempre pagato le tasse, in misura maggiore ad esempio rispetto ad altri cittadini europei, e adesso si vede ancora una volta chiedere un pesante contributo.

Occorre quindi razionalizzare l’imposizione fiscale, rendendo trasparente la spesa pubblica in modo che tutti possano seguire “il flusso” del denaro, rendendo misurabile la qualità dei servizi e comparandoli in maniera instancabile con quanto erogato nelle altre nazioni europee. Occorre combattere l’evasione e l’elusione fiscale senza tregua, con il fine ultimo di abbassare la pressione fiscale sotto la media europea ed ottenere quindi un margine di competitività in termini di aumentati consumi ed aumento del PIL. Ricordo che una maggiore pressione fiscale non necessariamente porta a un gettito più alto per le casse dello Stato. Il gettito dipende certamente dall’imposizione, ma anche dalla base imponibile economica che a sua volta cresce con il PIL. L’aumento di imposizione può far decrescere il PIL, come nel caso della Grecia e dell’Italia stessa nell’ultimo trimestre, e deprimere, di conseguenza, anche il gettito risultante.

Sono pessimista: tempo di risoluzione del problema impositivo e dell’evasione:  almeno 30 anni. 30 anni necessari a ristrutturare completamente la macchina pubblica ed il suo funzionamento.

A questo punto è chiaro perché a fronte di questi 3 motivi sono estremamente pessimista sul futuro dell’Italia, non abbiamo 30 anni per fare le riforme, ma neanche 20 o 10. Dobbiamo risolvere il problema della crescita ORA.  Nessuno aspetterà che si trovi un accordo tra le forze politiche e nessuno ci darà il tempo per fare le trasformazioni, a meno che non si ripaghi adesso una fetta enorme del debito che abbiamo. Questa è forse l’unica via, o gli Italiani  “comprano” il loro debito (42.000€ circa per lavoratore attivo solo per dimezzarlo ), oppure la BCE garantisce per noi usando gli EUROBONDs. Ma nel frattempo occorre risolvere i nostri 3 problemini.

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