Elezioni Amministrative: il “nuovo” che avanza?

Elezioni amministrative, passo stanco di una democrazia ancora più stanca.

Vecchi partiti che con fare stantio e proclami ”di una volta” dichiarano vittorie e sconfitte da ”interpretare” o sulle quali ”riflettere”.

Nuovi partiti che proclamano l’avvento di nuove Repubbliche (reloaded o 3.0 ?) e la fine della vecchia politica, perché è l’ora della politica dei fatti, dell’onestà, della sobrietà, dei giovani, etc…
La realtà è forse più semplice e più triste allo stesso momento: siamo una Nazione in ginocchio e invece di ricostruire la nostra casa pericolante stiamo mettendo lo stucco alle crepe sperando che chi vi abita non si accorga del pericolo di restare sotto le macerie.

Lo stucco si chiama ancora una volta populismo, quel vizietto della politica, che non è certo solo Italiano, ma che in Italia diventa arte e scienza della comunicazione, con professionisti ed esperti di livello mondiale. Potremmo dire che il populismo Italico altro non è che la stessa sindrome da ”siamo tutti allenatori della Nazionale” che noi Italiani abbiamo quando si parla di calcio. Quando la benemerita squadra azzurra gioca i mondiali o gli europei, tutti abbiamo la formazione o lo schema perfetto per vincere… Tutti abbiamo ovviamente capito dov’è il problema, e tutti, ovviamente, sapremmo fare meglio, dell’allenatore di turno!

Ma nella vita, come nel calcio e nello sport (che è poi una grande scuola di vita), quello che conta sono i risultati, non le chiacchere. Eccoci quindi al difetto della nostra politica, vecchia e sedicente nuova: non accetta di essere misurata, forse non ha gli ”attributi” necessari per accettare di essere misurata sui propri risultati.

Chi fa l’allenatore di calcio ed è un professionista lo sa bene: fare proclami serve a poco, al massimo a spronare la squadra, alla fine conta solo il verdetto del campo e la posizione in classifica. E’ un mestiere dove gli ”attributi” non sono un optional, un mestiere per pochi, per gente che sa’ perdere prima di imparare a vincere e a proclamare vittorie, un mestiere dove la faccia occorre metterla quando le cose vanno bene e quando le cose vanno male, un mestiere dove la valigia è sempre pronta perché se i risultati non arrivano qualcuno ti indica la porta.

La nostra politica diventerà nuova, quando avrà il coraggio di dire che la nostra comune casa è da ricostruire perché è oramai vecchia e non vale più la pena tappare i buchi e le crepe. Sarà nuova quando dirà a tutti che le chiacchere non contano (ma questo non lo dicono anche le forze dell’antipolitica..?),  quando accetterà di farsi misurare su un sistema di indicatori gestito in modo indipendente (questo però gli ”antipolitici” l’hanno dimenticato, e dico io, chissà come mai…) quando infine sarà pronta a dare spazio ad altri nel momento in cui i risultati non indicheranno un reale progresso.

Se cerchiamo il Nuovo, dobbiamo allora cercare le capacità e la volontà e l’umiltà dei grandi uomini, insomma gli ”attributi”, non le chiacchere. Con le chiacchere da bar non si vincono i mondiali, è il campo che conta, è la classifica che conta, e queste, ovvero i risultati, sono le uniche cose che contano.

Cerchiamo qualcuno che ci rappresenti e che sia pronto, prima di tutto, ad accettare la propria sconfitta, che sia veramente pronto ad accettare il verdetto del campo. In  questo caso saremo felici di parlare di politica nuova, il resto è solo vecchio populismo, un “celodurismo” camuffato da nuovo che avanza, solo facce nuove per ricette vecchie.

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