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L’Europa dei Tecnocrati

 

Quale Europa?

Quale Europa?

Proprio ieri Matteo Renzi torna a scagliarsi contro un Europa senz’anima governata da Tecnocrati che pensano solo a infinite serie di numeri anziché alla reale condizione dei cittadini degli stati membri. L’obiettivo ultimo del nostro Presidente del Consiglio è quello di ottenere più flessibilità, elemento, a suo dire, indispensabile per favorire la crescita. La flessibilità serve a Renzi per poter fare degli investimenti a sostegno delle politiche economiche dell’Italia, politiche che non sono però del tutto esenti dal sospetto di essere dettate da uno  strisciante populismo da prima repubblica e dall’impellente necessità di sostenere imminenti prove elettorali.

Certo sul fatto che l’Italia abbia bisogno di capacità di investimento per potersi costruire un futuro migliore, nessuno ha dei dubbi! Ma per quale motivo questa possibilità ci è negata? Per quale ragione questi austeri Cerberi che governano l’Europa non concedono all’Italia i margini di manovra che chiede? La risposta è molto semplice e si basa su alcuni “peccatucci” che l’Italia si porta dietro da almeno 30 anni.

L’enorme debito pubblico è il primo, dare più flessibilità all’Italia equivale ad aumentare la probabilità che questo debito cresca ancora, cosa non accettabile per la terza economia dell’eurozona. L’Italia per i nostri partner europei è già una mina vagante che aspetta l’occasione giusta per deflaglare e mandare a fondo tutta la corazzata, Germania e Francia comprese.

Un altro problema è l’efficienza del nostro sistema bancario, tra i più “avari” nel supportare gli investimenti delle imprese ed al contempo con i più alti tassi di sofferenza in europa. Ciò configura un sistema altamente inefficiente, politicamente manovrato se non addirittura corrotto.

Il terzo fattore, che alcuni indicano addirittura come un punto di forza della nostra economia (!), è relativo alla geografia del potere economico che nel nostro caso risulta concentrato nelle mani di pochi gruppi a conduzione familiare a discapito di un azionariato diffuso. L’azionariato diffuso fungerebbe infatti da elemento catalizzatore nella distribuzione della ricchezza e nell’impiego dei capitali che giacciono improduttivi nei pingui depositi bancari Italiani (abbiamo i depositi bancari più pingui d’Europa, ma non dovremmo andarne fieri).

Scagliarsi contro i Tecnocrati ed ignorare questi fattori  porta tutti, e soprattutto i partner europei, a sospettare che il becero populismo Italiano sia ancora pesantemente all’opera e che sia, in fondo, il vero motore della politica Italiana. Le alternative al governo Renzi sono, sotto questo punto di vista anche peggiori, si limitandosi infatti a combatterlo con le stesse armi e sullo stesso terreno, su temi che scaldano gli animi ma non muovono paglia.

A sentire Matteo Renzi siamo finiti dentro ad un tunnel dal quale l’Europa ci impedisce di uscire! La realtà è purtroppo,un altra:  si siamo nel tunnel, ci siamo finiti per colpa nostra (si vedano le politiche economiche “da bere” degli anni 80 e 90)  e per colpa nostra ci restiamo perché continuiamo a fare le cose sbagliate.

Se l’Italia ha bisogno di investimenti mobilizzi allora i ricchissimi capitali che possiede nei depositi bancari e nel risparmio privato, favorisca l’azionariato diffuso, renda meno “immorale” la diffusione del benessere nella classe media e non penalizzi lo sviluppo dell’iniziativa privata con norme degne di uno stato comunista di vecchio stampo. Si rompa una volta per tutte il legame lobbistico tra i potenti gruppi familiari e la politica e si favorisca la decentralizzazione dell’economia, si supporti  fiscalmente il seeding da venture capital privato e si stringano alleanze per la formazione con campus Americani e Cinesi.

Bastano queste semplici mosse e dal tunnel ne usciamo da soli senza bisogno di scagliarrsi sui Tecnocrati che talvolta ci dicono solo una  verità che non vogliamo ascoltare.

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Politici e Tecnocrati

Politici & Tecnocrati

Politici & Tecnocrati

      Eccoci di nuovo davanti al confronto senza fine tra politica e misurazione tecnica dell’efficacia dei provvedimenti. Premesso che da questo confronto non sono mai usciti ne vincitori ne vinti, resta la sensazione che il clima di sfiducia che si è creato tra una parte e l’altra, nello specifico tra il Governo Italiano, nella persona del suo Primo Ministro, e l’Unione Europea, nella persona del Commissario stesso dell’Unione, sia qualcosa che non produrrà benefici per nessuno, men che meno per noi cittadini, Italiani e dell’Unione Europea.

Più volte abbiamo ribadito che l’azione politica dei governi, democraticamente eletti, dovrebbe essere sottoposta al controllo istituzionale e pubblico dei risultati, per misurarne la reale efficacia e per sconfessare gli inutili populismi che per niente contribuiscono al un reale miglioramento della condizione generale delle nazioni.

In questa partita, ognuno deve però giocare il proprio ruolo. I politici facciano i politici, e quindi propongano soluzioni ai problemi del Paese, i Tecnocrati, responsabili del controllo sull’efficacia, si focalizzino sull’effettivo risultato, senza entrare nel merito dei provvedimenti e senza sostituirsi ai politici democraticamente eletti. In questo difficile bilanciamento va cercato il confine tra giusta discussione e il cattivo gusto che si riflette nelle critiche espresse, da una parte e dall’altra.

La separazione funzionale tra controllati e controllori è  certamente di primaria importanza, e sorregge una corretta assegnazione delle responsabilità, condizione necessaria per evitare quelle torbide acque in cui spesso naviga la politica e anche certa parte della società Italiana. D’altro canto va anche scongiurato il facile scaricabarile tra le parti, il famoso: non posso fare perché me lo impediscono…

I vincoli da parte dei controllori, in questo caso l’Unione Europea, non possono certo essere una scusa, ma semmai una garanzia per prevenire azioni sconsiderate sul piano (per ora) economico. Certamente i vincoli imposti dalla UE dovrebbero oggi essere più flessibili e non proteggere gli interessi di una parte (la Germania n.d.r.), consentendo, a fronte magari di garanzie politiche più alte, un margine di manovrabilità politica adeguato alla straordinaria crisi economica che stiamo vivendo. Condizioni eccezionali, d’altra parte, hanno sempre richiesto interventi eccezionali che in qualche modo non sempre vanno d’accordo con le regole ordinarie.  Per quanto riguarda le garanzie, i governi, ed in particolare quello Italiano, dovrebbero essere pronti a mettere sul tavolo la propria testa e rimettere il loro mandato al cospetto di risultati che si dovessero dimostrare inefficaci.

Il nostro governo insiste nel chiedere flessibilità all’Europa, ma cosa mette quindi sull’altro piatto della bilancia? Ha mai, nei fatti, proposto un piano di ripartenza e crescita economica della Nazione al successo del quale lega la sua esistenza?

Se i proclami del nostro Presidente del Consiglio e del nostro Governo fossero sostenuti da analisi tecniche all’altezza della situazione e fossero accompagnati da un chiaro impegno a lasciare in caso di fallimento, allora forse potremmo essere nella situazione di poter puntare il dito contro l’Europa,  rea di non concedere all’Italia la flessibilità e le deroghe richieste. Ovviamente il costume politico Nazionale, come sappiamo, è ben altro! Il potere è al di sopra di ogni cosa e di ogni giudizio nazionale e sovranazionale e quindi sempre e soprattutto al di sopra degli interessi generali!

 Da parte dell’Europa le cose, purtroppo, non sono migliori. L’Europa veste il doppio ruolo di regolatore, promulgando quindi leggi ed atti politici tramite il Parlamento Europeo, e di censore, obbligando al rispetto dei patti e dei trattati.

Tale  situazione è in totale disaccordo con una netta separazione dei ruoli. Le politiche europee influenzano i risultati politici ed economici degli stati membri, ai quali si chiede poi di intervenire per ottenere dei risultati operativi tali da rispettare i parametri stabiliti nei patti. Tutto ciò ha poco a che fare con il buon senso.

L’Unione Europea dovrebbe comportarsi con gli Stati Membri con il criterio del buon padre di famiglia, che dedica risorse ed attenzione ai figliuoli in difficoltà, in modo da garantire una serena esistenza a tutta la grande famiglia Europea. Soprattutto dovrebbe, una volta per tutte, riconoscere l’eccezionalità della situazione economica mondiale ed europea e adottare un insieme di norme straordinarie e di deroghe ai patti economici che possano aiutare le economie in difficoltà, tutto ciò negli interessi della stessa Unione Europea.

Sarà un bel giorno quello in cui potremo salutare governi Europei più responsabili, pronti a rimettere il loro mandato a fronte di mancati risultati, e una Unione Europea dal volto più umano, costruita su ideali di solidarietà e fratellanza tra i popoli e non su un freddo patto d’affari tra economie.

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Articolo 18: La Certezza dell’Incertezza

Come e perchè andrebbe cambiato questo pezzo di Italia del Secolo Scorso

A Che Ci Serve?

A Che Ci Serve?

Se ne parla in continuazione, ad alcuni evoca terribili pensieri, ad altri la Fornero, ad altri ancora una barriera invalicabile, per molti resta un “signor sconosciuto”, qualcosa che ognuno immagina a proprio uso e consumo.

Per prima cosa facciamo un po di chiarezza: di seguito un paio di link che ci aiutano, brevemente ed in maniera abbastanza “neutra”, a capire di cosa stiamo parlando:

Eccolo quindi l’ “amico”, nato negli anni 70,  maggiorenne e vaccinato da un bel po.

La sua funzione era stata pensata in un contesto molto diverso dall’attuale,  nel quale un lavoro era “per la vita”, dove nessuno, in realtà, pensava ad un ricollocamento e ad una nuova vita lavorativa. Le cose sono evidentemente cambiate, e molto.

Oggi il cambiamento è la regola per quasi tutti i lavoratori, moltissimi hanno fatto 2 o più lavori nella propria vita e probabilmente continueranno a cambiare, per scelta o per necessità. In questo la nostra società, Italiana ed Europea, è sicuramente più avanti delle battaglie ideologiche che si sviluppano sull’articolo 18.

Di gente costretta a cambiare lavoro, che resta senza lavoro, che sceglie di cambiare occupazione e stile di vita, lasciando magari l’Italia, ne abbiamo, nostro malgrado, tantissima a riprova che l’articolo 18, in fondo,  nulla di così buono ci ha portato fino ad ora. Ma perchè allora tanto accanimento?

A nostro avviso i motivi vanno ricercati tra questi:

  • L’articolo 18  è “terra di nessuno” nell lotta “territoriale” e di potere tra Imprenditori e Sindacati
  • Un diritto acquisito, secondo le forze sindacali, non va mai ceduto, ad ogni costo
  • La flessibilità, secondo la classe imprenditoriale, dipende dalla facilità con la quale si può licenziare qualcuno e quindi (anche) dall’articolo 18
  • I vari governi che si sono occupati di questa legge non sono stati abbastanza focalizzati, agnostici e neutrali

Nei punti sopra elencati si intravvedono ragioni per modificare questa norma che è comunque vecchia di 30 anni e che in qualche modo crea problemi di competitività al Sistema Paese e a tutti gli attori del mondo del lavoro.

Si presti però attenzione: i problemi creati dall’articolo 18 non sono quelli portati dagli imprenditori (la flessibilità) e non sono neppure quelli indicati dai Sindacati dopo la recente riforma Fornero (la tutela dell’occupazione) .

La flessibilitá occupazionale non da vantaggio competitivo vero, anche la Germania, a volte maldestramente citata come un mercato del lavoro più flessibile, non basa la propria competitivitá sulla flessibilitá ma sulla qualitá e sulla innovazione. Ai nostri imprenditori non serve quindi più flessibilitá ma più professionalitá manageriale e più propensione all’investimento in innovazione.

per quanto riguarda  invece la tutela dell’occupazione, non è certo una piccla trincea come l’articolo 18 che può preservarla, basta guardarsi intorno per capire quanto detto articolo sia stato fino ad ora inefficace in questo senso.

L’articolo 18 va riformato poiché fonte di una problema. Questo problema è il nemico riconosciuto di tutti i sistemi economici: l’incertezza.

Grazie al nostro vecchio amico, l’ articolo 18, vi è incertezza per tutti:

  • Gli imprenditori non sanno come e quando terminerà una causa di licenziamento
  • La separazione per un licenziamento è quasi sempre conflittuale e nessuno sa di preciso cosa sarà in grado di ottenere
  • Il lavoratore non sa quando potrà ottenere giustizia e cosa otterrà nel momento in cui dovesse vincere la sua causa contro il datore di lavoro
  • Ciò che il giudice ordina spesso non è ciò che il vincitore di una causa di licenziamento vorrebbe: Il reintegro

Qualcuno è però sicuramente a favore dell’articolo 18 e lo è in modo incondizionato: gli avvocati!

Avvocati e Articolo 18 un Matrimonio Perfetto

Avvocati e Articolo 18 un Matrimonio Perfetto

Quali sono, quindi, dei criteri guida neutrali che ci possono permettere di migliorare tutto lo statuto dei lavoratori?

La risposta in fondo è abbastanza semplice, a patto di non volersi trincerare dietro delle posizioni meramente ideologiche.

Tutti i cambiamenti relativi all’articolo 18, ed in generale allo Statuto dei Lavoratori, dovrebbero essere improntati alla riduzione del male maggiore: l’incertezza.

Essa rappresenta un problema reale per i vari attori del mercato del lavoro ed è percepita come un grosso inibitore dagli investitori nel sistema paese Italia.

Ecco dunque alcuni dei principi cardine che dovrebbero praticamente, in modo neutrale, ispirare i cambiamenti:

  • Licenziare qualcuno, fatti salvi i motivi che determinano una giusta causa, è un danno per la collettività
  • Un accordo di separazione consensuale, prestabilito nei termini, è sempre da preferire ad un conflitto giudiziario tra le parti che introduce incertezza e rappresenta un costo per la collettività
  • Licenziare qualcuno deve essere possibile, ma deve avere un costo non trascurabile e certo
  • Il licenziamento va risarcito dall’imprenditore e supportato dalle politiche di sostegno e ricollocamento dello stato, come sancito dai principi costituzionali
  • L’abuso di pratiche di licenziamento deve portare a costi incrementali per le aziende che lo praticano

Dati i principi sopra elencati, proviamo ad immaginare un processo che permetta ad un imprenditore il licenziamento a “bassa conflittualità” di un dipendente. Sia l’imprenditore che il dipendente possono, con questo processo, contare su delle tutele e su tempi e risultati certi:

  • Un risarcimento è stabilito in termini di mensilità a seconda della motivazione per il licenziamento ed a seconda dell’anzianità lavorativa del dipendente (l’anzianità lavorativa considerata dovrà essere quella totale e non quella presso l’azienda corrente)
  • Il lavoratore può appellarsi a un arbitrato indipendente dai tempi certi che può solo variare l’entità del risarcimento
  • Il datore di lavoro contribuisce ad un fondo di categoria per il supporto al ricollocamento, il fondo non è assimilabile o cumulabile con altri fondi, quali quelli di previdenza complementare
  • Il contributo al fondo per il ricollocamento è fisso e prestabilito nel caso in cui il datore di lavoro non supera la percentuale dell 1% annuo di personale licenziato
  • Se il datore di lavoro supera la percentuale il contributo obbligatorio si incrementa automaticamente del 30% l’anno per i successivi 3 anni e, se la pratica continua, del 50% l’anno per i successivi 5 anni
  • Lo stato Italiano supporta il lavoratore licenziato mediante un fondo per il ricollocamento, mediante una tassazione fissa agevolata al 20% sul risarcimento dovuto dall’imprenditore, mediante sgravi fiscali garantiti per 2 anni sugli oneri derivanti dall’assunzione del lavoratore licenziato da parte di altra azienda e mediante il pagamento dei contributi pensionistici per il totale delle mensilità di risarcimento pagate dall’imprenditore. Il supporto garantito dallo stato dura per 12 anni, limitato alle politiche di ricollocamento (sgravi agli oneri per nuova assunzione e supporto al ricollocamento).
  • L’iter amministrativo per il licenziamento dura per un massimo di 3 mesi inclusi i provvedimenti amministrativi riguardanti il ricollocamento, la parte previdenziale e la parte fiscale.

In questo modo si potrebbero sconfiggere molti mali che oggi affliggono il nostro mercato del lavoro:

  • Si potrebbe eliminare quasi del tutto l’Incertezza garantendo termini e costi certi per le pratiche di licenziamento
  • Si potrebbe garantire un adeguato ed equo compenso per i lavoratori che perdono il lavoro
  • Si potrebbe impegnare concretamente lo stato a facilitare la re-immissione dei lavoratori licenziati nel mondo del lavoro
  • Si potrebbe disincentivare quegli imprenditori o datori di lavoro che usano la pratica del licenziamento per alzare artificialmente il turn-over del personale
  • I costi del  licenziamento porrebbero un ostacolo reale agli imprenditori che ne volessero abusare, garantendo maggiormente la stabilità del lavoro dipendente
  • Si potrebbe finalmente dare un costo alla flessibilità, la quale essendo un bene prezioso, va pagata il giusto prezzo
  • Si toglierebbe infine un alibi alle 2 categorie in perenne conflitto: Sindacati ed Imprenditori, garantendo i primi e dando certezze agli altri. Sarebbero così entrambe costretti a focalizzarsi sulla vera natura della non competitività del nostro paese.

Sbaglia quindi chi dice che l’eliminazione dell’articolo 18 rende un favore agli imprenditori, così come sbaglia chi sostiene che l’eliminazione provoca un danno ai lavoratori. Queste 2 posizioni, come abbiamo visto, hanno poco a che fare con il problema vero: la nostra competitività.

Abbiamo ancora bisogno di regole nel mercato del lavoro, abbiamo bisogno che esse siano adeguate ai tempi e non che siano allineate con una parte o con l’altra, ma soprattutto abbiamo bisogno di capitani coraggiosi con idee per vincere la guerra e di truppe che non pensino solo al rancio!

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Tecnocrati Senz’Anima

Si può governare con i numeri? Si può essere in grado di leggere le dinamiche socio-economiche di una Nazione da un foglio di calcolo?

Come raggiungere Grandi Risultati senza Obiettivi?

Come raggiungere Grandi Risultati senza Obiettivi?

Non è facile rispondere a questa domanda.  Renzi,  del PD,  nel suo discorso di ringraziamento per la vittoria alle primarie del suo Partito,  dice che i tecnocrati della Comunità Europea sono bravissimi a fotografare la situazione di un paese riportando cifre su delle “slides”,  dimenticando però che dietro ai numeri ed alle statistiche ci sono persone vere, persone  che vivono e che spesso, in questa situazione di crisi, sono vittime di fenomeni economici e sociali .

Tale affermazione ci trova d’accordo, ma non ci fa dimenticare che le cifre, pur non fotografando lo stato d’animo e le difficoltà di un popolo,  possono e devono essere un potente strumento a supporto di un azione politica efficace e mirata.

Ad avvalorare questa tesi vi sono molti fatti, eccone alcuni:

  • Anni di azioni politiche senza una strategia complessiva hanno portato ad una quantità di sprechi che ci pone tra i primi paesi in Europa per l’inefficienza della spesa.
  • La spesa pubblica senza un calcolo relativo al ritorno per la comunità (certamente misurabile con degli indicatori) converge facilmente nello spreco e nell’uso populistico del denaro pubblico. I casi dell’Italia, della Spagna, della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda sono noti e ben documentati.
  • Gli obiettivi numerici di efficienza e di competitività sono il solo strumento valido per misurare l’efficacia dell’azione politica lo stato dell Nazione. Ignorarli o disconoscerli è un grave danno per tutta la comunità. Gli indicatori Istat ed Eurostat, in Italia,  sono regolarmente ignorati ed in alcuni casi addirittura criticati e attaccati come se fossero dei veri e propri avversari politici!
  • Vi sono vari fattori alla base della crisi economica e sociale dell’Italia, ogni parte politica rappresenta solo ciò che più le fa comodo ignorando il resto. La comprensione multidimensionale dei fenomeni economici e sociali è alla base di un decisione informata per il voto popolare e democratico.

I fenomeni che registriamo, quali: bassa competitività, corruzione, disoccupazione, sottooccupazione si possono certamente rappresentare con cifre e statistiche che lasciano il tempo che trovano, si sente ad esempio spesso dire dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile in Italia (intorno al 40% !), non si sente, per contro, mai nessuno dire da cosa ciò è causato. Certo la crisi è la risposta generica, buona per tutte la parti politiche, è sempre colpa della crisi. Vorremmo però qui ricordare che la crisi colpisce tutti,  alcuni soccombono mentre altri resistono. Solo la comprensione profonda dei fenomeni ci consente di poter organizzare delle politiche risolutive. Nel caso in oggetto  basta confrontare alcuni dati con i paesi OCSE a noi affini per scoprire dei dati che sono certamente alla radice del fenomeno:

Se qualcuno avesse dei dubbi sulla correlazione tra questi dati e la condizione del lavoro e dell’occupazione in Italia può fare un banale esercizio di “correlazione”  tra questi indicatori e gli indici di competitività e di produttività delle altre Nazioni Europee.

Torniamo quindi al nostro punto, si tratta di Tecnocrazia o di “Struzzocrazia”,  ovvero di una classe dirigente che NON vuole prendere atto dei fenomeni e delle loro ripercussioni per poter orchestrare dei rimedi?

La politica è certamente dedizione e passione, abbiamo, ora più che mai, bisogno di leader e trascinatori, ma la leadership non va confusa con le capacità oggettive di analizzare i fenomeni e di dare le risposte al paese. Chi possiede tali capacità non avrà mai paura di sottoporsi al responso dei numeri poiché con essi indirizzerà la propria azione e da essi trarrà la massima forza ed efficacia. Chi invece fa del millantato credito la propria cifra e si inventa mediaticamente un immagine di successo da leader indiscusso, avrà sempre il timore di essere contraddetto dalla dura  realtà delle cifre (ci si ricordi il duro risveglio del Sig. Berlusconi ad opera dello Spread BTP-Bund sopra i  500 punti) e per questo motivo griderà: “Attenti ai Tecnocrati!”

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Testa o Pancia?

voto_utile   Dopo i risultati delle recenti elezioni politiche si è spesso sentito dire che gli Italiani hanno “votato con la Pancia”, ovvero hanno espresso il loro voto in modo emozionale, spinti da un qualche istinto, non meglio identificato, di insofferenza verso la vecchia classe politica.

Al di la dei soliti luoghi comuni, quali: “siamo un popolo latino”, “siamo emotivi”, “amiamo tifare per qualcuno”, “Ci Mettiamo il Cuore”, etc.. Cerchiamo di capire cosa ci guadagnamo e cosa ci perdiamo a “Votare con la Pancia”,  e se questo è realmente ciò che ci si aspetta dai Cittadini in una società evoluta che naviga tra la 7a e la 8a posizione tra le economie più sviluppate al mondo.

Una reazione “di Pancia” è, come già detto, qualcosa di istintivo che viene dalle corde più recondite del nostro intelletto e che il più delle volte non ha una spiegazione razionale. Si reagisce di Pancia quando ci si sente minacciati, quando ci si sente fortemente urtati da qualche cosa, quando la “chimica” del nostro sistema nervoso ci dice che chi ci sta davanti non merita la nostra attenzione, la nostra fiducia o il nostro aiuto. Insomma, tutti comportamenti che, ad una più attenta analisi, potrebbero rivealrsi in seguito sbagliati.

Nel caso delle elezioni Italiane e della relativa libera espressione del voto Democratico, non ci troviamo certo davanti ad una situazione nella quale si può giustificare una reazione irrazionale. Come Cittadini abbiamo avuto tempo e modo per formarci un’opinione, grazie ad un bombardamento senza precedenti da parte dei media. Molti Italiani hanno partecipato attivamente alla campagna elettorale appena conclusa, tramite interventi sui Blog, partecipazione diretta nelle piazze Italiane e supporto diretto o indiretto ai candidati. Vi è certo poi una maggiornaza “silenziosa” di elettori dei quali non si sa molto, se non per il fatto che sono quelli che hanno appunto, secondo alcuni, votato con la Pancia. Tra loro certamente vi sono:

  • I Tifosi Ostinati,  gente che non ha mai cambiato il proprio voto neanche a fronte di evidenti delusioni (gli altri sono comunque peggio)
  • I Disillusi: uno vale l’altro, votiamo questi che sono nuovi
  • Gli Stufi Marci: ci vuole qualche faccia nuova, aria pulita!
  • Infine, quelli che vanno alle urne senza un idea ben formata e decidono in cabina…

Molte di queste persone,in effetti, non si sono mai formate un’opinione rispetto alle proposte politiche in campo (alzi la mano chi si è letto il programma di una o più forza politiche…), ma soprattutto non hanno mai avuto la più pallida idea e non si sono formati un opinione su quali sono i gravi problemi dell’Italia.

Ebbene, proprio con queste persone abbiamo fallito! Noi Italiani che apparteniamo al famoso 10% degli  “Italiani evoluti” identificati da B. Severgnini (quelli che leggono il gionrnale tutti i giorni, che accedono a Internet, che leggono libri, etc…), abbiamo fallito nel pensare che un meccanismo razionale, guidato da un informazione libera (o presunta tale) potesse muoverci verso una scelta costruttiva.

Ha fallito la classe dirigente delle Nazione, perchè non ha saputo spiegare, a tutti questi cittadini, quali sono le sfde che ci attendono e qual’è la loro complessità.

Abbiamo fallito tutti insieme, come Italiani, perchè ci ritroviamo una vagonata di nuovi parlamentari che forse non sanno neanche cosa si troveranno davanti e di cosa potrebbero essere ritenuti responsabili nei futuri libri di storia.

Questo è il risultato elettorale della “Pancia degli Italiani”. La Pancia ha suggerito che della precedente classe politica ne avevamo francamente abbastanza, basta Ladri, basta Corruzione basta Inefficienza, basta Rigore, basta Tasse, basta Europa, etc…

Bene, nessuno, da liberi cittadini potrà mai impedirci di votare con la Pancia o con qualche altra parte anatomica… Ma, in definitiva,  a cosa ci porta tutto ciò? Sicuramente abbiamo facce nuove, nessun dubbio su questo, ma saranno i nuovi eletti in grado di lavorare e produrre delle risposte e delle soluzioni per gli enormi problemi dell’Italia? Ne dubito fortemente.

Il criterio dell Pancia non ci rassicura affatto sulle capacità degli eletti, non si può certo affidare il futuro della nostra collettività a qualcuno solo perchè, a scelta: è una faccia nuova, è giovane, non ruberà (almeno pare…), non fa parte dei vecchi partiti, non è corrotto, etc…

Purtroppo la realtà sociale ed economica di una grande Nazione Europea come l’Italia è estremamente complessa, persone molto qualificate si sono già trovate in estrema difficolta nel gestire i fenomeni sociali ed economici in questione.

Sempre riferendoci alle recenti elezioni, per noi è stato come credere che uno sconosciuto,  potesse curarci da una malattia, solo perchè il precedente medico non era stato capace di guaririci. Questo sconosciuto,  evidentemente, di medicina non capisce nulla, anzi forse non è neppure un medico.

Guarire le persone è un mestiere difficile, per gente qualificata, non ci faremmo mai curare da qualcuno perchè ce lo suggerisce “la Pancia”, vogliamo certamente mettere la nostra salute in mano a persone qualificate.

Ecco dove sta il nostro fallimento! Nessuno è stato, fin qui, in grado di spiegare quanto è difficile “curare” la nostra Nazione, rimetterla in carreggiata e renderla nuovamente competitiva. Non è un compito da Pivelli, non era certamente neanche un compito per vecchi politicanti corrotti, ma continua a NON essere un compito per Pivelli seppure a 5 stelle.

Cosa succederà quando domani ci accorgeremo che neache questo nuovo venuto ha saputo trovare i rimedi per  la Nazione?

E’ già successo, dirà qualcuno. Per un po abbiamo infatti sperato in Berlusconi (intendo noi italiani, non certo io…), poi pensavamo che Prodi ce la potesse fare, qualcuno ha persino sperato che Monti potesse cambiare qualcosa…Niente da fare.

Purtroppo ho la certezza che il “miracolo” non avverrà nemmeno questa volta. Il motivo è molto semplice: non pretendiamo ciò che ci spetta, non pretendiamo, cioè, serietà, responsabilità e risultati misurabili e certificati.

Niente assegni in bianco o anticipi per il signor sconosciuto che ci deve curare, ma solo la prova dei fatti.

C’è la nostra vita in gioco, al primo segnale, che ci dice che la cura non funziona…., fuori dai piedi!

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Pensiamo di Essere Soli?

Fitch Taglia il Rating dell’Italia

FitchL’agenzia di rating ha abbassato il giudizio sull’Italia a BBB+ da A- con outlook negativo. Il ‘voto’ riflette il “risultato inconcludente delle elezioni italiane”. Fitch era l’unica a non aver ancora ridotto il giudizio sull’Italia. “L’Italia troverà la soluzione politica e proseguirà le riforme”, è la risposta del Ministero dell’Economia

Lo Spread è una Bufala, i mercati non dipendono dalla politica, dobbiamo fare quello che è meglio per noi, cambieremo questo sistema, il popolo ha i suoi diritti, etc…

Si potrebbe andare avanti per molto con tutte le banalità che si sono sentite durante la tornata elettorale ed ancora in questa paludosa fase del post-voto. Un sacco di discussioni su chi è vicino a chi e a cosa e su chi vuole stare con chi. Il mondo sta a guardare, sta a guardare fino a che punto arriviamo, qual’è la nuova frontiara dell’autolesionismo che siamo  pronti a superare.

Sento sempre più spesso che noi, il popolo secondo alcuni, dobbiamo librarci della politica e di tutti i suoi mali, dobbiamo riprendere in mano il nostro destino, che il governo deve governare per noi e non per l’Europa e via dicendo. Altre stupide banalità cucinate per l’inaccettabilmente basso livello culturale dell’Italiano medio che è pronto ad “abboccare” a questo e ad altro.

Esiste solo una verità, mi dispisce dirlo, ed è terribilmente dura per noi Italiani: NON SIAMO SOLI!

Possiamo anche giocare a fare quelli che sparigliano le carte, che votano per uno dei 2 comici (non saranno mica in 3?) disponibili sul mercato elettorale, ma alla fine non possiamo essere così stupidi da credere che il nostro destino può essere cambiato con chissà quale ricetta magica. Il gioco al quale giochiamo è uno, ben identificato con regole scritte che valgono per tutti. Possiamo votare per chi vogliamo, ma non possiamo comportarci  come dei bambini capricciosi che quando non riescono a vincere ad un gioco vanno via a giocare altrove.

Nel nostro caso non esiste un altro gioco, non lo inventa Berasni e neppure Grillo (forse Berlusconi ne inventò uno…si chiamava Bunga qualcosa…), quindi poche chiacchere, bisogna essere bravi, continuare a migliorare e, alla fine, riuscire a vincere in questo contesto, giocando a questo gioco.

L’era, se è mai esistita,  in cui i popoli determinavano il proprio destino senza curarsi troppo del resto del mondo è finita per sempre. A qualcuno può non piacere, non lo metto in dubbio, ma viviamo in un villaggio globale ed interconnesso dove un voto insignificante, dato a personaggi insignificanti in Italia, può creare problemi alle borse di tutto il mondo nel giro di pochi minuti.

Si può far finta che non sia così, i contadini pugliesi o i signorotti brianzoli posso anche crederci, ma la realtà poi bussa alla porta. Questa volta si chiama Fitch, un’altra si chiamerà Standard & Poors etc. Il risultato è sempre lo stesso: se non sei più in grado di esprimere valore e di vincere a questo gioco fai, tuo malgrado, dei passi indietro e l’arbitro certifica la tua sconfitta, senza appello.

I nostri 3 amici comici non sembrano per niente preoccupati di questo, sembrano avere a cuore solo le sorti del popolo. Se questo è vero ci stanno rendendo proprio un bel servizio, ed i primi risultati li ha certificati Fitch: Grazie Mille Sig. Grillo, Sig. Bersani ed egregio Cav. Berlusconi.

Non ci sono ricette magiche, neanche una. C’è solo lavoro, fatica, sacrificio, misurazione, sconfitte, ancora sconfitte e forse, dopo tanta fatica, si può risalire la china. Il resto sono favole per chi ci vuole credere.

Per molti anni in Argentina o in Grecia i cittadini hanno creduto a favole come quelle che raccontano a noi, un giorno queste persone si sono sveglaite nella realtà e tutti hanno visto come è andata.

Cari concittadini, immagino siate contenti di avere finalmente “gente come voi” eletta al parlamento della Repubblica. Io no, non lo sono per niente.

Invito quindi tutti noi a guardarci allo specchio per farci 2 semplici domande: “Sono capace di riportare l’Italia al posto che merita? E se si come?”

Se non siete in grado di rispondere a queste 2 semplici domande, perchè allora dovrebbero essere capaci di farlo “quelli come voi” , quelli che avete mandato in parlamento?

Auguri a tutti noi.

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Moderati, Riformisti, Conservatori (e Opportunisti)

PagliaccioChi sono in Italia i Moderati, i Riformisti e i Conservatori? Non sto parlando dei nostri politici, tre aggettivi per loro sono fin troppi, li accomunerei sotto un’unica etichetta, ma questo è un altro discorso, sto parlando invece della nostra società.

Fino a che punto la nostra vita sociale è “incrostata” di clientelismo, dipendenza dagli apparati e dalla burocrazia, corruzione e opportunismo politico da poter sperare in una diffusa spinta riformatrice?

C’è forse qualcuno in questo paese convinto che l’Italia non abbia bisogno di riforme? Ne dubito. Eppure le riforme non si fanno. Tutti resistono, tutti hanno qualcosa da difendere. Non importa chi sia stato al potere, moderati, progressiti, riformisti, ogni scusa è stata ed è tuttora buona per rimandare all’infinito gli interventi necessari. La classe politica resiste al cambiamento, ma con essa, e forse più di essa, anche la società civile.

Nonostante tutto è arrivato il momento di farle le riforme, non c’è più spazio per rimandarle siamo infatti al bivio tra la strada che ci porta verso l’Europa competitiva e quella che conduce alla catastrofe Greca.

L’iniziativa di Monti tende a mettere al centro della vita politica la cosiddetta società civile nel tentativo di farla diventare il vero motore, non politicizzato, del cambiamento. Iniziativa, per quel che mi riguarda, assolutamente condivisibile, anche per il fatto che la classe politica Italiana si è da tempo cristallizata in un dibattito sterile che non ha certamente al centro i problemi del paese, ma solo beghe, politiche e personali, di basso livello.

Ha ancora ragione Monti quando dice che tutto dipende dalla nostra competitività e che se non facciamo  le riforme non diventeremo mai competitivi e tutto diventerà ancora più difficile (se è possibile), a cominciare dalla soluzione dei problemi economici fino all’acuirsi del declino sociale e culturale che si è già manifestato negli ultimi anni.

Sul ruolo della società civile in tutto ciò ho però delle perplessità: quanta della nostra società percepisce le giuste urgenze descritte da Monti, e quanta percepisce quindi una forte necessità di cambiamento?  E ancora quanta di questa eventuale voglia di cambiamento si può incanalare verso un’azione positiva anzichè disperdersi in un rigetto senza appello dell’intero sistema?

Le risposte rischiano di essere francamente deprimenti.

Tra la cosiddetta “antipolitica”,  l’astensionismo, i voti di protesta e una diffusa ignoranza sulle reali condizioni dell’economia Italiana (ebbene si c’è gente che pensa e crede che lo spread sia frutto di una macchinazione tedesca…), è difficile pensare che la società civile sia veramente in grado di produrre quel colpo di reni che ci servirebbe a riguadagnare un posto tra le economie più evolute. Temo che Monti finisca per essere il rappresentante di se stesso e di una Elitè culturale che, sicuramente porta avanti una sacrosanta causa, nel nome e per il bene dell’Italia, ma che è numericamente irrilevante al fine di  innescare un processo positivo di radicale rinnovamento.

I comportamenti della classe politica e l’inefficienza del nostro apparato sono inoltre oramai diventati una parte integrante dei nostri costumi. Vi è una moltitudine di cittadini, per fare un esempio, che fa regolarmente leva sui tempi, enormemente lunghi, della giustizia Italiana per commettere, senza conseguenze apprezzabili, reati e soprusi di ogni tipo certi che ogni procedimento cadrà in prescrizione o che la parte danneggiata rinuncerà  ad un’azione legale vista l’impossibilità di avere giustizia in tempi certi.

Questa incrostazione dei costumi e del nostro modo di pensare ci porta quindi ad essere conservativi e conservatori (indipendentemente dalle idee di destra o di sinistra)  anche “a nostra insaputa”, ci porta a difendere lo Status Quo di una Nazione di cui conosciamo fin troppo bene le istruzioni per l’uso.

In una Nazione profondamente riformata, dove le cose un bel giorno dovessere funzionare per davvero, molti di noi si sentirebbero terribilmente spaesati. Come “sistemare”, ad esempio, un figlio o un familiare se non ci fossero più politici ed amministratori compiacenti? Bisognerebbe a quel punto insegnare ai nostri figli il valore della meritocrazia, dell’impegno nel lavoro e dello studio, tutte cose che, in molti casi, oggi facciamo in modo molto relativo.

Pensiamoci, siamo forse noi la vera palla al piede sul percorso delle riforme?

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