Commenti Su Attualità

Ideine ed ideone

Ci vorrebbe un ”Ideona”, dice il ministro Passera, grande manager di caratura internazionale, uno dei pochi che l’Italia ha saputo esprimere negli ultimi anni.Ideina o Ideona?

Ecco, tutti noi dovremmo cercare un ideina o un ideona per uscire da questo pantano, da questa spirale negativa che non ci lascia tregua.

Non servono ideone, di quelle in “stile Lega”, che aizzano il popolino, o di quelle dette tanto per dire ”qualche cosa di sinistra” (come direbbe Moretti), o magari per sostenere le famiglie consacrate, così anche la classe media cattolica potrebbe trovarvi la propria soddisfazione, servono ideine ed ideone che tirino fuori dai guai un po’ tutti, ma senza danneggiare il sistema nel suo complesso, senza creare contraccolpi. Dico questo perché si sente veramente di tutto in questo drammatico scorcio della nostra storia repubblicana, c’è chi propone di mandare a casa metà dei dipendenti pubblici, chi vorrebbe chiudere ospedali e ridurre servizi e scuole, chi se la prende con la macchina pubblica (forse con qualche ragione) e con i costi della politica. La verità e’ che non ci sono ricette magiche, tutti questi provvedimenti meritano forse di essere presi in considerazione, perché’ tutti sappiamo dove si annidano gli enormi sprechi nella nostra macchina pubblica, a patto che si possa individuare una forma ”positiva” di intervento. Eliminare gli sprechi non significa tagliare posti di lavoro, non dico questo perché’ voglio qui difendere questa o quella categoria di dipendenti pubblici, ma semplicemente perché’ l’avere 800.000 o un milione di disoccupati in più sarebbe un danno enormemente piu’ grande rispetto al beneficio che ne verrebbe dal taglio dei relativi costi. Il costo sociale di un siffatto incremento del tasso di disoccupazione e le ripercussioni sui consumi sarebbero devastanti per il difficile percorso verso la ripresa e verso la crescita. Se qualcuno nutre dei dubbi in proposito, cerchi di capire cosa e’ successo e cosa sta succedendo in Grecia, dove la strada intrapresa è stata proprio quella del taglio dei dipendenti pubblici e dei servizi primari (scuola, sanita’,etc…). La vera ”ideona” sta, a mio avviso nell’adottare provvedimenti con effetti positivi sulla fluidificazione del processo macroeconomico e nell’evitare provvedimenti che abbiano una natura depressiva sull’occupazione e di riflesso sui consumi. La parola d’ordine è quindi ”ristrutturare” la spesa in modo da creare più valore per le imprese e per la competitività dell’Italia. La differenza tra manager mediocri e grandi manager è, in fondo, proprio questa. I grandi manager per aumentare il profitto cercano un aumento del valore, i mediocri si focalizzano sui costi, la strada forse più semplice, ma che non affronta il nodo della competitività e del valore che riusciamo a creare. Se non risolviamo il problema della creazione del valore ci ritroveremo di nuovo, e molto presto, al punto di partenza con la prospettiva di dover operare nuove manovre restrittive per la nostra economia. Ovviamente non credo neanche per un secondo che un manager come Passera non sia più che consapevole di tutto ciò, ed è per questo che sono assolutamente d’accordo sul fatto che non ci siano ”ideone” pronte ad essere risolutive se messe sul tavolo domani. Ciò detto vorrei però proporre la mia ”ideina” per un provvedimento non restrittivo per l’occupazione e che potrebbe incrementare il valore prodotto dal sistema Italia.

Nella nostra economia ci siamo a lungo preoccupati di proteggere, in alcuni casi anche giustamente, il mondo dell’imprenditoria e, per usare una frase fatta, il mondo di chi ”un lavoro lo aveva già”. Nulla (avrei detto poco… Ma avrei usato una locuzione inesatta) è stato fatto per favorire la creazione d’impresa e di conseguenza la creazione di nuovi posti di lavoro, lavoro per chi ”un lavoro non lo ha”. Non mi riferisco a fondi o contributi, abbiamo capito da qualche tempo che le risorse di questo tipo sono esaurite. Mi riferisco alla facilità con la quale si crea un’impresa in Italia, alla facilità con la quale si adempie agli obblighi amministrativi e fiscali, alla facilità con la quale si accede al credito e si mettono insieme le garanzie, alla facilità con la quale si verificano i modelli di business ed i presupposti per il rischio d’impresa ed infine ai meccanismi per tenere lontano quella corruzione che pervade il nostro sistema economico.

Ricordiamo l’esperienza dello ”sportello” unico per fare impresa, esperienza fallimentare, l’obiettivo era, ricordiamolo, di permettere il disbrigo delle pratiche amministrative per la creazione di un impresa in 3 giorni. L’iniziativa non ha mai preso piede, ha consumato risorse e non ha creato, ad oggi, nessun valore. Nonostante ciò l’idea di base, quella di velocizzare la creazione d’impresa, ha del buono, molta dell’esecuzione, a mio avviso è stata pessima. Vi è una sottile differenza tra il semplificare il processo amministrativo per la creazione d’impresa e la fluidificazione del processo per la creazione d’impresa. Affinché’ si possa arrivare al secondo obiettivo, cioè la fluidificazione’, ovvero un processo permanente che crea un ”flusso” (stream) di nuove iniziative imprenditoriali (startups), occorrerà a mio avviso introdurre una figura imprenditoriale con funzione di ”Business Tutor”.

Il Business Tutor (BT) avrà alcuni compiti istituzionali che dal punto di vista amministrativo saranno assimilabili a quelli dell’attuale ”sportello unico”, ma avrà anche un ruolo di ”tutoraggio” nell’affiancare i nuovi imprenditori nel loro ruolo, nel ricercare le fonti più promettenti di finanziamento, pubblico e privato, nell’interagire con il fisco, centrale e locale, nella relazione con le parti sindacali, le associazioni e le confederazioni d’imprese di settore. L’obiettivo del BT sarà quello di avviare operativamente un’impresa insieme agli imprenditori, nel farsi pagare i servizi amministrativi di cui sarà l’unico punto  unificato di accesso, e nel far vivere l’azienda in maniera sostenibile nei suoi primi anni di vita, almeno 3. Il BT riceverà il suo compenso dallo Stato per i servizi amministrativi erogati, i quali verranno in parte pagati anche dagli imprenditori, e nel tempo, in base ai traguardi che l’azienda riuscirà a raggiungere nei primi 3 anni di vita in termini di fatturato e creazione di nuova occupazione. Il ruolo del BT potrà essere creato mediante concorsi interni per dirigenti dei ministeri di Tesoro, Entrate e Industria, ulteriori candidati potranno essere selezionati da altri enti pubblici. Le persone selezionate saranno sottoposte a 6 mesi di formazione intensiva presso le migliori business schools italiane. I BT opereranno con rapporto esclusivo di agenzia e saranno titolari di azienda. Il contratto di agenzia, o la concessione governativa, dureranno 5 anni. Dopo i primi 2 anni di sperimentazione si potrà aprire la professione ad altri soggetti pubblici mediante gare pubbliche soggette a pre-qualifica per i requisiti. Le selezioni potranno essere gestite da un board costituito dalla dirigenza delle prime 3 università private Italiane.

Si potrà immaginare un rapporto di un BT ogni 15.000 abitanti che porterebbe ad un numero di BT tra i 4000 ed i 5000 sul territorio Nazionale. I BT, essendo degli imprenditori, potranno avvalersi di collaboratori e costituirsi come persona giuridica nelle forme sociali più opportune purché’ con un titolare corrispondente alla persona che ha ricevuto l’incarico. I BT opereranno nell’ambito di un contratto di servizio con lo Stato e saranno in concorrenza tra loro in un ambito regionale. I BT potranno vendere servizi accessori alle imprese, come consulenze e assistenze di tipo organizzativo e fiscale.

Un siffatto provvedimento porterebbe in tempi brevi ai seguenti vantaggi pratici:

  • Creazione di 3000 e più posti di lavoro, direttamente legati all’iniziativa. Al netto del reimpiego del personale pubblico
    Riduzione di costo di circa mezzo miliardo di euro all’anno per la pubblica amministrazione (4.500 dipendenti con un costo medio di circa 100.000€ anno)
  • Incremento sensibile del numero di nuove aziende
  • Incremento sensibile nella produzione di proprietà intellettuale e nuovi brevetti
  • Riduzione della mortalità infantile delle nuove imprese (mortalità nei primi 3 anni di vita)
  • Creazione di nuovi posti di lavoro risultanti dall’incremento dell’attività imprenditoriale
    sul territorio
  • Aumento delle entrate fiscali
  • Impatti positivi sul PIL e sulla crescita dell’economia

Per contro gli investimenti sarebbero molto limitati ed il ritorno garantito in tempi molto contenuti.

I BT avrebbero anche una funzione essenziale per individuare i settori di sviluppo meritevoli di interventi a sostegno da parte dello Stato. I BT potrebbero infine svolgere una essenziale funzione di cerniera tra il mondo dell’università e della ricerca e quello dell’imprenditoria aiutando coloro che vogliono trasformare un idea creata nell’ambito accademico in un opportunità’ imprenditoriale.

Fluidificare il processo per creare ”impresa” significa renderlo semplice dal punto di vista amministrativo, con la completa informatizzazione dei relativi processi, renderlo ”amichevole” verso chi non si è mai interessato di imprenditoria, ma vorrebbe diventare un imprenditore perché’ ha una grande idea, significa, infine, portare la focalizzazione su ciò che è veramente importante nella funzione imprenditoriale: la creazione del valore e le capacità realizzative.

Visco (BdI) indica la via per mantenere il tenore di vita in Italia

Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, ci “rivela” che dovremo lavorare di più e più a lungo per mantenere il tenore di vita di cui attualmente godiamo. Dietro questa affermazione, che a taluni potrebbe sembrare scontata, si nascondono delle formidabili sfide al modello sociale Europeo e quindi italiano. Provo ad elencarle:

  1. Allungamento dell’eta lavorativa, la tendenza è in atto, e con l’allungamento della vita media, continueremo a vedere spostamenti in avanti della fatidica soglia di pensionamento
  2. Incremento della produttività, a favore di costi unitari più bassi e competitivi rispetto ai paesi emergenti
  3. Incremento del tasso di occupazione per sostenere i consumi e quindi la crescita dell’economia
  4. Incremento della competitività del sistema produttivo con conseguente sostegno dell’occupazione e dell’economia tutta

Età Media della Popolazione ed occupazione

Popolazione attiva in Italia: distribuzione per età anagrafica

La figura mostra la distribuzione per fasce di età, assumendo che l’età lavorativa vada dai 15 ai 65 anni si vede come negli anni 80 la maggioranza della popolazione attiva era tra i 15 e i 19 anni, tra i 25-29 anni negli anni 90, intorno ai 40 all’inizio degli anni 2000-2010, tra i 45 e i 49 alla fine della prima decade degli anni 2000 e viaggia, per quanto ne sappiamo, decisamente oltre i 50 nella seconda decade. L’elaborazione ed il grafico sono basati su dati ufficiali dell’Istat.

La nostra decade è la decade degli over 50 al lavoro, lavoro attivo, lavoro che sostiene l’economia e ne evita il collasso. Al contempo sono crollate le percentuali relative a i giovani che iniziano a lavorare prima dei 25-30 anni. Questi ultimi insistono sul reddito degli over 50 in forza alla popolazione attiva.

Fin qui i numeri ed i fatti, c’è poco da discutere, i numeri sono numeri, non opinioni.

Si diceva di sfide nascoste, eccone una: come facciamo a sostenere l’economia degli over 50 se il mercato del lavoro tende ad espellere queste persone e non vi sono meccanismi per ricollocarle?

Negli anni 70-80 un cinquantenne “vedeva” il traguardo della pensione, e la società era più rispettosa dell’esperienza consolidata di queste persone che avevano, tra le altre cose, il compito di trasferire il loro saper fare alle nuove generazioni. Negli anni 80-90, a causa di una sterile rincorsa al mito dell’efficientismo (smentito dai numeri relativi alla produttività), le aziende hanno ricercato solo lavoratori giovani in grado di sostenere i ritmi di crescita dell’economia, economia che termino drammaticamente la sua crescita con la “deflagrazione” della “bolla internet”.

I cinquantenni sono, in quegli anni, drammaticamente passati di moda nella cultura prevalente del mondo del lavoro italiano. Oggi ritornano però protagonisti, nella società, nelle aziende e  nell’imprenditoria, ma non nel mercato del lavoro dipendente. Colpa di una cultura “mediterranea” (il fenomeno è meno evidente nelle nazioni anglosassoni) che li vuole, nell’immaginario collettivo, meditabondi seduti sull’uscio di casa…e quindi inadatti alla “frenetica” vita produttiva (?!) aziendale. Chiariamo subito alcuni punti che ci servono a sfatare alcune credenze popolari:

  • Una persona in salute ed abile al lavoro a cinquant’anni è nel pieno delle sue capacità psicofisiche, secondo studi di organi indipendenti, ad esempio la NASA. Si guardi per curiosità l’età media degli astronauti impiegati nelle missioni Shuttle negli ultimi 30 anni. Saremo tutti daccordo sul fatto che l’astronauta non è una professione “comoda” o poco impegnativa o che richiede poco sforzo fisico ed intellettuale.
  • L’allungamento della vita media ha spostato definitivamente la soglia di ciò che conosciamo come terza età, volgarmente chiamata vecchiaia. Chi ieri era considerato “vecchio” è oggi una persona che viaggia, fa sport, ha una vita sociale molto attiva e, lavorativamente parlando, ha il perfetto bilanciamento tra abilità esecutiva ed esperienza.
  • Un cinquantenne si trova davanti, causa i mutamenti della società che tutti conosciamo,una ulteriore esperienza lavorativa che mediamente può essere di 17-20 ann. In questi anni immagina e si auspica ulteriori evoluzioni di vita e di carriera. Questo dato ci può assolutamente rassicurare sulla motivazione di queste persone.

Torniamo quindi all’“economia del cinquantenne”, occorre, come già detto prima, capire come si coniugano due tendenze tra loro antagoniste:

  • Tendenza all’allungamento del periodo di lavoro attivo sul totale della vita attesa
  • Tendenza delle aziende ad utilizzare risorse più giovani e meno qualificate

Esiste una ricetta per coniugare questi due fenomeni che registriamo nel mercato del lavoro Italiano?

Forse no, ma possiamo fare delle considerazioni.

LifeStyle e Qualità

Insistiamo a competere con le economie emergenti sui costi unitari di prodotto. Tale strategia è purtroppo sbagliata, irrimediabilmente sbagliata. Cercare di avere costi unitari competitivi rispetto a paesi che hanno costi infrastrutturali estremamente più bassi rispetto ai nostri è un impresa disperata che infatti ha portato e porta molte aziende a moritificare il lavoro, delocalizzare e perdere il know-how distintivo e in molti casi porta al fallimento stesso delle imprese.  L’Italia è il crogiolo del LifeStyle, del Design, della creatività industriale e tecnologica e solo su queste caratteristiche dovrebbe puntare. Se a ciò aggiungiamo la mutata demografia della forza lavoro attiva in Italia, abbiamo una sola scelta: puntare sulla qualità e sui tratti distintivi della nostra offerta come sistema paese. Per fare ciò occorrno persone qualificate, con grande esperienza, che creano nuove opportunità, non imprenditori disposti solo a competere sul prezzo unitario. Ogni paese deve sfruttare al meglio le risorse che ha. Alcuni hanno risorse naturali di grande pregio, altri una forza lavoro molto economica, noi abbiamo esperienza, grande cultura manageriale,  creatività e qualità: sfruttiamole.

LifeStyle e Tradizione

La nostra “Italian way of life” è un assett intangibile, ma preziosissimo e molto ambìto nel mondo. Competere su valori e caratteristiche, che non ci appartengono, ci mette in condizioni di manifesta inferiorità rispetto ad altre Nazioni. Occorre “ribaltare il tavolo” e stabilire nuove regole del gioco a noi più favorevoli, regole che parlano di tradizioni che solo noi abbiamo, di valori che hanno trovato nell’Italia la propria culla, di stili di vita che sono il frutto di una storia e di una evoluzione sociale, culturale ed economica senza pari. La tradizione va preservata, occorre mantenere il link tra le vecchie e le nuove generazioni, occorre modernizzare seguendo il “fil rouge” della cultura Italiana che ha fatto scuola nel mondo. I nostri giovani devono imparare, dalla generazione dei cinquantenni, ad avere lo spirito pionieristico degli Italiani che hanno fatto grande questa Nazione. Oggi invece imparano a lavorare in un call center o in una fabbrica seguendo modelli lavorativi e sociali sviluppati altrove o semplicemente assimilano la cultura del “furbismo” e della corruzione. Cerchiamo e troviamo invece  il nostro “filone d’oro” nelle nuove tecnologie industriali e nei servizi allineati alla nostra identità storica, sociale e culturale.

Da quanto detto sopra è evidente che abbiamo una grande carenza di strategia per il mondo del lavoro e per lo sviluppo imprenditoriale.

 Non abbiamo bisogno di proteggere aziende e mercati, di proteggere posti di lavoro, che comunque andranno persi per mancanza di competitività, abbiamo invece bisogno di una visione strategica di lungo periodo che metta al centro i nostri punti di forza per poter competere e vincere sui mercati senza sacrificare la nostra natura. La dichiarazione di Visco è a mio avviso condivisibile, forse dovremo lavorare di più e più a lungo,  ma ciò non risolverà i nostri problemi se non lavoreremo meglio utilizzando bene le risorse che abbiamo risorse che ci permettono di vincere con il nostro LifeStyle, la Qualità e la Tradizione, cose che non hnno prezzo nel mondo di oggi e rispetto alle quali non temiamo nessuna competizione.

Marcegaglia e Camusso

“Il sindacato difende i fannulloni e i ladri”.  Come dare torto alla Marcegaglia? Non si può certo essere qualunquisti, sparare nel mucchio e dire che è sempre così, ma la percezione della maggior parte degli Italiani è sicuramente più allineata con il sentire di Emma piuttosto che con la indignata risposta di Susanna.

Resta il fatto che il sindacato levò, colpevolmente, gli scudi quando il Ministro Brunetta tentò semplicemente di far applicare delle norme già in essere per combattere assenteismo e scarsa produttività nella funzione pubblica. Colpevoli.

Il sindacato, in quanto sodalizio che difende i lavoratori, non può certo prendere le parti di chi il lavoro lo intende come occupazione di un “posto”, a scapito di gente che vuole seriamente lavorare. Questo è il punto, basta ambiguità e basta posizioni strumentali, il sindacato difenda gli interessi di chi lavora sodo e di chi vuole vedere riconosciuto il proprio impegno in un contesto di meritocrazia e trsparenza.

Basta difendere posizioni indifendibili, posti di lavoro a bassa produttività a scapito della competitività delle aziende, l’Italia ha bisogno di una squadra che funzioni, di gente che si dà da fare guidata da leader ed imprenditori capaci.

Già gli imprenditori, capaci…, anche di questi purtroppo non ne abbiamo molti! La Marcegaglia accusa il sindacato, forse giustamente, ma nasconde le “magagne” che stanno dalla parte degli imprenditori.

Noi Italiani abbiamo certo capito che è l’ora di avere un sindacato diverso, non fazioso e che difenda il lavoro vero, chi ha voglia di lavorare e l’accesso equo e meritocratico alle opportunità, ma abbiamo anche capito che è l’ora di una classe imprenditoriale che non deve più “giocare” con il fisco,  con il lavoro nero o con i costi sociali dei licenziamenti di massa, delle delocalizzazioni e del precariato. Basta imprese illegali, basta imprenditori “furbetti” che danneggiano la Nazione e la leale concorrenza.

Gli imprenditori devono rispettare la Nazione in cui operano e fare della vera “Corporate Social Responsibiliy” ovvero devono essere “buoni cittadini” della Nazione in cui fanno affari, rispettarne le regole, essere dei soggetti fiscali ineccepibil ed essere pronti a pagare per i costi sociali che possono provocare.

Di questo occorrerebbe discutere nel contesto di una vera riforma del Lavoro. Come si può riformare il Lavoro se non si riformano anche l’assetto produttivo e le responsabilità d’Impresa?

Sembra quasi che fino ad ora solo i lavoratori abbiano goduto di chissà quali privilegi, la verità e che il tessuto industriale, imprenditoriale e produttivo italiano è arretrato e stantio almeno quanto lo è il mondo del lavoro.

Per far ripartire la Nazione, per garantire competitività, dove adesso c’è solo stagnazione, occorre riformare entrambe e subito.  Servono degli esempi?

Un aspetto mai toccato dai vari governi, dai partiti e dai sindacati tutti (ma dove vivono???), è la concorrenza relativamente al mercato dell’occupazione. Siamo legati ad un vetusto concetto di concorrenza economica tra imprese, concorrenza che permette ai consumatori l’accesso a prodotti migliori e a migliori condizioni di acquisto.

Tale concetto è francamente limitativo. Credo che la concorrenza vada assolutamente estesa al mondo del lavoro e dell’occupazione. L’occupazione, per ripartire, ha forte necessità di concorrenza, intensa concorrenza, concorrenza per acquisire le migliori risorse ed i migliori talenti.

Le aziende che in Italia licenziano o che usano i licenziamenti come argomento di negoziazione verso le forze politiche, i governi e i sindacati, possono farlo perchè non hanno e non percepiscono  i giusti livelli di concorrenza.

Dovrebbe essere compito dei nostri governi quello di creare una o più alternative occupazionali in ogni settore. Una semplice legge di mercato ci dice che per un azienda che entra in crisi ve ne è un altra che acquista quote di mercato e si espande, nello stesso settore o in settori affini sostitutivi, creando nuove opportunità di occupazione, spesso a più alto valore aggiunto. Questo è l’ambiente competitivo che dovremmo creare, vogliamo che le aziende che dismettono delle risorse sappiano che quelle risorse possono fare la fortuna dei loro peggiori concorrenti e che anzi, questi concorrenti possono ricevere dallo Stato degli incentivi per riassorbire quelle risorse, evitando che diventino un costo per la società.

Così come oggi siamo fortemente orientati ad eliminare i monopoli dal mercato e le situazioni di scarsa concorrenza, in virtù del fatto che queste creano squilibri e condizioni sfavorevoli per lo sviluppo economico, dovremmo fortemente evitare la creazione di monopoli o posizioni dominanti nell’occupazione, per i vari settori industriali. Vi sono ad esempio soggetti monopolisti o con posizioni fortemente dominanti relativamente all’occupazione nell’industria dell’auto, nella telefonia, nella chimica e nei trasporti.

Questi soggetti non necessariamente sono dominanti nei loro settori di mercato, ma lo sono certamente riguardo l’occupazione in quel settore. Queto tipo di posizione dominante è inaccettabile almeno quanto un monopolio di mercato poichè espone, noi tutti, come comunità, a costi sociali molto elveati in caso di crisi economica ed è un forte ostacolo ad una veloce ripresa dei livelli occupazionali e, di riflesso, dei consumi.

Anche di questo non si parla e non si discute nei nostri salotti.

Il Debito Come Volano di Sviluppo

Ascoltando il discorso di Mario Monti davanti al parlamento Europeo, ho particolarmente apprezzato un passo nel quale il nostro Presidente del Consiglio ha sottolineato l’importanza del debito nello sviluppo delle economie. Quel debito che oggi è demonizzato ed è causa di tanti squilibri economici e sociali nelle Nazioni Europee.

Sono assolutamente daccordo con il Prof. Monti, il debito è fondamentale per lo sviluppo e per gli investimenti necessari ad incrementare la competitività della Nazione (un tema che mi sta molto a cuore, come potete vedere dalle pagine del Blog), ma ad una condizione: deve essere controllato. I governi che sono “debt addicted” (malati/drogati di debito) sono come quelle persone che hanno sviluppato una forte dipendenza dalle droghe e sono convinte di poterne smettere l’assunzione quando vogliono!

Sappiamo che le cose non stanno proprio così. Il livello di debito della nostra Nazione non è sotto il nostro controllo, non siamo in grado di ridurlo quando vogliamo, non siamo in grado di rinegoziarlo efficacemente quando serve (si vedano i tentativi rovinosi della Grecia in tal senso). I nostri conti sono inoltre “saturi” di debito, visto il corrente livello di indebitamento è praticamente impossibile aggiungere nuovo debito senza compromettere la stabilità dei nostri conti, nel medio e nel lungo termine.

In queste comdizioni, abbiamo uno strumento in meno rispetto ad altre economie che hanno ancora una certa larghezza di banda (bandwith) nell’allocazione del debito stesso e che quindi possono utilizzare questo strumento per finanziare crescita e sviluppo, un po come abbiamo fatto noi Italiani negli anni 60.

La politica ed i governi dovrebbero farci rientrare in possesso di questo prezioso strumento. Oggi, a torto o ragione, demonizzato, il debito è forse uno dei motori più importanti per il nostro sviluppo economico. Occorre quindi rientrare di una sostanziale parte del nostro debito per riacquistare una buona capacità di manovra e la sostanziale indipendenza politica ed economica.

la vera tragedia del Popolo Greco è in fondo proprio questa, aver perso l’indipendenza nelle decisioni economiche con riflessi pesantissimi nella società civile. Col Debito si può crescere, ma di Debito si può anche morire!

Ammortizzatori Sociali

Vorrei iniziare commentando le intenzioni del governo di riformare gli ammortizzatori sociali, nel caso specifico l’istituto della cassa integrazione.

Noi tutti sappiamo che i fondi messi a disposizione, da questo importante sistema di protezione del lavoro, sono fondi pagati dalla comunita’ e quindi da noi cittadini. Questi fondi per molti anni sono stati gestiti insieme ai fondi di previdenza, con le relative conseguenze. Nel ripensare l’istituto della cassa integrazione ci si propone di limitarne l’uso o addirittura di abolire il fondo stesso.

Escluderei l’abolizione, se non compensata da misure ad hoc che prevedano una
compensazione individuale ed il ricollocoamento dei lavoratori a titolo oneroso per lo Stato e per l’azienda che opera il licenziamento. Nel caso in cui il fondo per la cassa integrazione dovesse rimanere in uso, credo si debba profondamente ripensare le regole di accesso per le aziende.
Quando un azienda ricorre alla cassa integrazione per ristrutturare le proprie attivita’ ed i propri costi e’, ovviamente, in una situazione di conclamato stato di crisi. A tale stato di crisi vanno allora certamente associate delle responsabilita’ manageriali ben precise, a meno che non vi sia un dichiarato stato di crisi del settore di appartenenza. Credo che lo Stato debba concedere l’accesso alla cassa integrazione solo a patto che le responsabilita’ manageriali vengano accertate e i responsabili rimossi.
In poche parole, chi vuole la cassa integrazione dovrebbe essere pronto a sacrificare, parte del top management aziendale ed i direttori delle divisioni oggetto di ristrutturazione. I manager rimossi non dovrebbero poter piu’ lavorare per la stessa azienda e per aziende o holding collegate per i successivi 20 anni.

Questo approccio, sono certo, porterebbe ad un uso molto piu’ consapevole dei fondi pubblici e bilancerebbe gli oneri delle crisi aziendali tra il management e la forza lavoro. L’utilizzo della cassa integrazione diventerebbe quindi una questione di competenza della proprieta’ e degli azionisti e non piu’ uno strumento in mano al top management, usato magari per mantenere un alto livello di profittabilita’ e per ottenere i bonus di risultato, il tutto a scapito del lavoro e con un costo per la comunita’.
A presto.

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