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Articolo 18: La Certezza dell’Incertezza

Come e perchè andrebbe cambiato questo pezzo di Italia del Secolo Scorso

A Che Ci Serve?

A Che Ci Serve?

Se ne parla in continuazione, ad alcuni evoca terribili pensieri, ad altri la Fornero, ad altri ancora una barriera invalicabile, per molti resta un “signor sconosciuto”, qualcosa che ognuno immagina a proprio uso e consumo.

Per prima cosa facciamo un po di chiarezza: di seguito un paio di link che ci aiutano, brevemente ed in maniera abbastanza “neutra”, a capire di cosa stiamo parlando:

Eccolo quindi l’ “amico”, nato negli anni 70,  maggiorenne e vaccinato da un bel po.

La sua funzione era stata pensata in un contesto molto diverso dall’attuale,  nel quale un lavoro era “per la vita”, dove nessuno, in realtà, pensava ad un ricollocamento e ad una nuova vita lavorativa. Le cose sono evidentemente cambiate, e molto.

Oggi il cambiamento è la regola per quasi tutti i lavoratori, moltissimi hanno fatto 2 o più lavori nella propria vita e probabilmente continueranno a cambiare, per scelta o per necessità. In questo la nostra società, Italiana ed Europea, è sicuramente più avanti delle battaglie ideologiche che si sviluppano sull’articolo 18.

Di gente costretta a cambiare lavoro, che resta senza lavoro, che sceglie di cambiare occupazione e stile di vita, lasciando magari l’Italia, ne abbiamo, nostro malgrado, tantissima a riprova che l’articolo 18, in fondo,  nulla di così buono ci ha portato fino ad ora. Ma perchè allora tanto accanimento?

A nostro avviso i motivi vanno ricercati tra questi:

  • L’articolo 18  è “terra di nessuno” nell lotta “territoriale” e di potere tra Imprenditori e Sindacati
  • Un diritto acquisito, secondo le forze sindacali, non va mai ceduto, ad ogni costo
  • La flessibilità, secondo la classe imprenditoriale, dipende dalla facilità con la quale si può licenziare qualcuno e quindi (anche) dall’articolo 18
  • I vari governi che si sono occupati di questa legge non sono stati abbastanza focalizzati, agnostici e neutrali

Nei punti sopra elencati si intravvedono ragioni per modificare questa norma che è comunque vecchia di 30 anni e che in qualche modo crea problemi di competitività al Sistema Paese e a tutti gli attori del mondo del lavoro.

Si presti però attenzione: i problemi creati dall’articolo 18 non sono quelli portati dagli imprenditori (la flessibilità) e non sono neppure quelli indicati dai Sindacati dopo la recente riforma Fornero (la tutela dell’occupazione) .

La flessibilitá occupazionale non da vantaggio competitivo vero, anche la Germania, a volte maldestramente citata come un mercato del lavoro più flessibile, non basa la propria competitivitá sulla flessibilitá ma sulla qualitá e sulla innovazione. Ai nostri imprenditori non serve quindi più flessibilitá ma più professionalitá manageriale e più propensione all’investimento in innovazione.

per quanto riguarda  invece la tutela dell’occupazione, non è certo una piccla trincea come l’articolo 18 che può preservarla, basta guardarsi intorno per capire quanto detto articolo sia stato fino ad ora inefficace in questo senso.

L’articolo 18 va riformato poiché fonte di una problema. Questo problema è il nemico riconosciuto di tutti i sistemi economici: l’incertezza.

Grazie al nostro vecchio amico, l’ articolo 18, vi è incertezza per tutti:

  • Gli imprenditori non sanno come e quando terminerà una causa di licenziamento
  • La separazione per un licenziamento è quasi sempre conflittuale e nessuno sa di preciso cosa sarà in grado di ottenere
  • Il lavoratore non sa quando potrà ottenere giustizia e cosa otterrà nel momento in cui dovesse vincere la sua causa contro il datore di lavoro
  • Ciò che il giudice ordina spesso non è ciò che il vincitore di una causa di licenziamento vorrebbe: Il reintegro

Qualcuno è però sicuramente a favore dell’articolo 18 e lo è in modo incondizionato: gli avvocati!

Avvocati e Articolo 18 un Matrimonio Perfetto

Avvocati e Articolo 18 un Matrimonio Perfetto

Quali sono, quindi, dei criteri guida neutrali che ci possono permettere di migliorare tutto lo statuto dei lavoratori?

La risposta in fondo è abbastanza semplice, a patto di non volersi trincerare dietro delle posizioni meramente ideologiche.

Tutti i cambiamenti relativi all’articolo 18, ed in generale allo Statuto dei Lavoratori, dovrebbero essere improntati alla riduzione del male maggiore: l’incertezza.

Essa rappresenta un problema reale per i vari attori del mercato del lavoro ed è percepita come un grosso inibitore dagli investitori nel sistema paese Italia.

Ecco dunque alcuni dei principi cardine che dovrebbero praticamente, in modo neutrale, ispirare i cambiamenti:

  • Licenziare qualcuno, fatti salvi i motivi che determinano una giusta causa, è un danno per la collettività
  • Un accordo di separazione consensuale, prestabilito nei termini, è sempre da preferire ad un conflitto giudiziario tra le parti che introduce incertezza e rappresenta un costo per la collettività
  • Licenziare qualcuno deve essere possibile, ma deve avere un costo non trascurabile e certo
  • Il licenziamento va risarcito dall’imprenditore e supportato dalle politiche di sostegno e ricollocamento dello stato, come sancito dai principi costituzionali
  • L’abuso di pratiche di licenziamento deve portare a costi incrementali per le aziende che lo praticano

Dati i principi sopra elencati, proviamo ad immaginare un processo che permetta ad un imprenditore il licenziamento a “bassa conflittualità” di un dipendente. Sia l’imprenditore che il dipendente possono, con questo processo, contare su delle tutele e su tempi e risultati certi:

  • Un risarcimento è stabilito in termini di mensilità a seconda della motivazione per il licenziamento ed a seconda dell’anzianità lavorativa del dipendente (l’anzianità lavorativa considerata dovrà essere quella totale e non quella presso l’azienda corrente)
  • Il lavoratore può appellarsi a un arbitrato indipendente dai tempi certi che può solo variare l’entità del risarcimento
  • Il datore di lavoro contribuisce ad un fondo di categoria per il supporto al ricollocamento, il fondo non è assimilabile o cumulabile con altri fondi, quali quelli di previdenza complementare
  • Il contributo al fondo per il ricollocamento è fisso e prestabilito nel caso in cui il datore di lavoro non supera la percentuale dell 1% annuo di personale licenziato
  • Se il datore di lavoro supera la percentuale il contributo obbligatorio si incrementa automaticamente del 30% l’anno per i successivi 3 anni e, se la pratica continua, del 50% l’anno per i successivi 5 anni
  • Lo stato Italiano supporta il lavoratore licenziato mediante un fondo per il ricollocamento, mediante una tassazione fissa agevolata al 20% sul risarcimento dovuto dall’imprenditore, mediante sgravi fiscali garantiti per 2 anni sugli oneri derivanti dall’assunzione del lavoratore licenziato da parte di altra azienda e mediante il pagamento dei contributi pensionistici per il totale delle mensilità di risarcimento pagate dall’imprenditore. Il supporto garantito dallo stato dura per 12 anni, limitato alle politiche di ricollocamento (sgravi agli oneri per nuova assunzione e supporto al ricollocamento).
  • L’iter amministrativo per il licenziamento dura per un massimo di 3 mesi inclusi i provvedimenti amministrativi riguardanti il ricollocamento, la parte previdenziale e la parte fiscale.

In questo modo si potrebbero sconfiggere molti mali che oggi affliggono il nostro mercato del lavoro:

  • Si potrebbe eliminare quasi del tutto l’Incertezza garantendo termini e costi certi per le pratiche di licenziamento
  • Si potrebbe garantire un adeguato ed equo compenso per i lavoratori che perdono il lavoro
  • Si potrebbe impegnare concretamente lo stato a facilitare la re-immissione dei lavoratori licenziati nel mondo del lavoro
  • Si potrebbe disincentivare quegli imprenditori o datori di lavoro che usano la pratica del licenziamento per alzare artificialmente il turn-over del personale
  • I costi del  licenziamento porrebbero un ostacolo reale agli imprenditori che ne volessero abusare, garantendo maggiormente la stabilità del lavoro dipendente
  • Si potrebbe finalmente dare un costo alla flessibilità, la quale essendo un bene prezioso, va pagata il giusto prezzo
  • Si toglierebbe infine un alibi alle 2 categorie in perenne conflitto: Sindacati ed Imprenditori, garantendo i primi e dando certezze agli altri. Sarebbero così entrambe costretti a focalizzarsi sulla vera natura della non competitività del nostro paese.

Sbaglia quindi chi dice che l’eliminazione dell’articolo 18 rende un favore agli imprenditori, così come sbaglia chi sostiene che l’eliminazione provoca un danno ai lavoratori. Queste 2 posizioni, come abbiamo visto, hanno poco a che fare con il problema vero: la nostra competitività.

Abbiamo ancora bisogno di regole nel mercato del lavoro, abbiamo bisogno che esse siano adeguate ai tempi e non che siano allineate con una parte o con l’altra, ma soprattutto abbiamo bisogno di capitani coraggiosi con idee per vincere la guerra e di truppe che non pensino solo al rancio!

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Pensiamo di Essere Soli?

Fitch Taglia il Rating dell’Italia

FitchL’agenzia di rating ha abbassato il giudizio sull’Italia a BBB+ da A- con outlook negativo. Il ‘voto’ riflette il “risultato inconcludente delle elezioni italiane”. Fitch era l’unica a non aver ancora ridotto il giudizio sull’Italia. “L’Italia troverà la soluzione politica e proseguirà le riforme”, è la risposta del Ministero dell’Economia

Lo Spread è una Bufala, i mercati non dipendono dalla politica, dobbiamo fare quello che è meglio per noi, cambieremo questo sistema, il popolo ha i suoi diritti, etc…

Si potrebbe andare avanti per molto con tutte le banalità che si sono sentite durante la tornata elettorale ed ancora in questa paludosa fase del post-voto. Un sacco di discussioni su chi è vicino a chi e a cosa e su chi vuole stare con chi. Il mondo sta a guardare, sta a guardare fino a che punto arriviamo, qual’è la nuova frontiara dell’autolesionismo che siamo  pronti a superare.

Sento sempre più spesso che noi, il popolo secondo alcuni, dobbiamo librarci della politica e di tutti i suoi mali, dobbiamo riprendere in mano il nostro destino, che il governo deve governare per noi e non per l’Europa e via dicendo. Altre stupide banalità cucinate per l’inaccettabilmente basso livello culturale dell’Italiano medio che è pronto ad “abboccare” a questo e ad altro.

Esiste solo una verità, mi dispisce dirlo, ed è terribilmente dura per noi Italiani: NON SIAMO SOLI!

Possiamo anche giocare a fare quelli che sparigliano le carte, che votano per uno dei 2 comici (non saranno mica in 3?) disponibili sul mercato elettorale, ma alla fine non possiamo essere così stupidi da credere che il nostro destino può essere cambiato con chissà quale ricetta magica. Il gioco al quale giochiamo è uno, ben identificato con regole scritte che valgono per tutti. Possiamo votare per chi vogliamo, ma non possiamo comportarci  come dei bambini capricciosi che quando non riescono a vincere ad un gioco vanno via a giocare altrove.

Nel nostro caso non esiste un altro gioco, non lo inventa Berasni e neppure Grillo (forse Berlusconi ne inventò uno…si chiamava Bunga qualcosa…), quindi poche chiacchere, bisogna essere bravi, continuare a migliorare e, alla fine, riuscire a vincere in questo contesto, giocando a questo gioco.

L’era, se è mai esistita,  in cui i popoli determinavano il proprio destino senza curarsi troppo del resto del mondo è finita per sempre. A qualcuno può non piacere, non lo metto in dubbio, ma viviamo in un villaggio globale ed interconnesso dove un voto insignificante, dato a personaggi insignificanti in Italia, può creare problemi alle borse di tutto il mondo nel giro di pochi minuti.

Si può far finta che non sia così, i contadini pugliesi o i signorotti brianzoli posso anche crederci, ma la realtà poi bussa alla porta. Questa volta si chiama Fitch, un’altra si chiamerà Standard & Poors etc. Il risultato è sempre lo stesso: se non sei più in grado di esprimere valore e di vincere a questo gioco fai, tuo malgrado, dei passi indietro e l’arbitro certifica la tua sconfitta, senza appello.

I nostri 3 amici comici non sembrano per niente preoccupati di questo, sembrano avere a cuore solo le sorti del popolo. Se questo è vero ci stanno rendendo proprio un bel servizio, ed i primi risultati li ha certificati Fitch: Grazie Mille Sig. Grillo, Sig. Bersani ed egregio Cav. Berlusconi.

Non ci sono ricette magiche, neanche una. C’è solo lavoro, fatica, sacrificio, misurazione, sconfitte, ancora sconfitte e forse, dopo tanta fatica, si può risalire la china. Il resto sono favole per chi ci vuole credere.

Per molti anni in Argentina o in Grecia i cittadini hanno creduto a favole come quelle che raccontano a noi, un giorno queste persone si sono sveglaite nella realtà e tutti hanno visto come è andata.

Cari concittadini, immagino siate contenti di avere finalmente “gente come voi” eletta al parlamento della Repubblica. Io no, non lo sono per niente.

Invito quindi tutti noi a guardarci allo specchio per farci 2 semplici domande: “Sono capace di riportare l’Italia al posto che merita? E se si come?”

Se non siete in grado di rispondere a queste 2 semplici domande, perchè allora dovrebbero essere capaci di farlo “quelli come voi” , quelli che avete mandato in parlamento?

Auguri a tutti noi.

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Una Democrazia per Vincere

Vincere, bella parola, tanti significanti diversi per orecchie diverse. Dal nostalgico “Vincere e Vinceremo”, al più sportivo “non è importante vincere, ma partecipare” e via dicendo. Nell’Economia Globale purtroppo vincere non è un optional, l’Economia Globale è la giungla di noi esseri intellettualmente evoluti, e nella giungla si sa non c’è spazio per la quiete, il relax, la bella vita, questi sono dei lussi, delle eccezioni all’unica vera regola: la competizione.Si è forse mai visto un Leone o un Giaguaro (quello vero…) risposarsi? O magari una Gazzella che si riposa e diventa una preda immobile?  In natura prede e predatori non vivono rilassati, ogni giorno inizia una nuova piccola lotta per la sopravvivenza.Leone Spaventato

Come essere umani, appartenenti ad organizzazioni sociali evolute, come le  economie occidentali, non sfuggiamo a questa naturale regola, combattiamo più o meno consapevolmente la nostra battaglia, ogni giorno in cui sorge il sole.

Consapevolezza, forse è quello che ci manca. Quanti di noi sono realmente consapevoli che il nostro benessere come Individui e come Nazione dipende dalla nostra competitività? Pochi direi.

Quanti di noi si rendono conto che la nostra capacità di competere dipende direttamente da noi, da quanto siamo competitivi come individui, da quanto le nostre armi intellettuali sono affilate, da quanto le nostre istituzioni favoriscono la collaborazione e la focalizzazione verso obiettivi comuni e da quanto siamo motivati a coglierli? Pochissimi direi.

Eppure è proprio così, se non riusciamo a competere siamo destinati all’emarginazione, proprio ciò che sta succedendo all’Italia ed alle economie europee più deboli come Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. I cosiddetti PIGS. Ci serve un cambiamento, qualcosa che ci riporti ad essere combattivi, competitivi e vincenti: una “democrazia da competizione”.

Il primo radicale cambiamento nell’impostazione di una moderna democrazia è relativo proprio alla competitività e di riflesso alla competizione. Forse le Democrazie di oggi non hanno come fine ultimo la felicità della gente (pare un dato di fatto, di gente felice non se ne incontra poi molta per le strade…), al massimo pretendono di rappresentarne il sentimento popolare rispetto a delle problematiche comuni, accontentando una maggioranza (forse…) di cittadini e scontentandone al contempo una minoranza.

Una Democrazia moderna dovrebbe invece cercare di raggiungere alcuni obiettivi di base per tutta la popolazione, obiettivi che non sono patrimonio di una parte ma di tutta la comunità:

  • Benessere economico diffuso
  • Tasso di Istruzione Competitivo (rispetto a quello di altre Nazioni)
  • Propensione all’espansione economica ed all’innovazione
  • Servizi eccellenti a supporto del benessere e della competitività
  • Misurazione e controllo costanti dell’efficienza

Tutto questo per favorire la competitività della Nazione. Non può esistere benessere, crescita, solidarietà, servizi, assistenza, e qualunque forma di coesione sociale senza un’economia competitiva.

Ma come si raggiiunge la competitività, porta per entrare nel mondo delle migliori Democrazie moderne? Quali sono le leggi, i provvedimenti, le azioni che ci potrebbero portare ad una nuova stagione di crescita e benessere?

La risposta non sta nei contenuti, ma nel metodo.  Qualche giorno fa ho sentito qualcuno criticare Grillo (uno dei due comici che guidano un movimento politico in Italia, NdR) perchè il programma del suo movimento non contiene indicazioni su leggi e provvedimenti concreti (leggasi promesse elettorali), ma solo indicazioni di metodo. La critica è certamente condivisibile rispetto alla mancanza di concretezza, tuttavia Grillo, ponendo la questione del metodo, non è del tutto fuori strada.

Un metodo sbagliato ci ha portato fin qui, un metodo giusto, una strategia ben articolata,  può tirarci fuori dai guai. Riflettiamo sulle seguenti equivalenze:

Provvedimento=Tattica, Metodo=Strategia

Non sarà una legge o un provvedimento tattico a farci ripartire come Nazione, ma una Strategia, l’avvio di un processo di lenta rieducazione (si abbiamo bisogno di un po di “Rehab”, come dicono gli americani) ad un assetto sostenibile per la competitività globale dell”Italia.

Quali possono dunque essere i fondamenti di questo metodo? Proviamo con questi punti, per cominciare:

  • Misurazione e Controllo dei Risultati: la politica ci è utile per governare la Nazione. Governare significa cercare ed indurre il miglioramento in tutti i campi della nostra società, il miglioramento non è un concetto astratto, ma si misura rispetto ai risultati ottenuti. Occorre quindi Controllare e Misurare ciò che la politica deve produrre per noi: il Miglioramento.
  • Assunzione di responsabilità (Accountability) della classe dirigente: vogliamo che chi ci governa sia 1) eletto dal popolo, 2) capace di raggiungere gli obiettivi. La leggittimazione popolare, benchè ai fondamenti della nostra Democrazia, non garantisce purtroppo la capacità di indurre e governare il Miglioramento. Chi non raggiunge gli obiettivi di Milgioramente danneggia la Nazione e soprattutto chi lo ha eletto, e va rimosso in fretta evitando che sia causa di ulteriori danni. Il merito regni sempre sovrano e sia  riconosciuto solo a fronte dei risultati ottenuti.
  • Partecipazione Civile: gli Italiani devono assumersi l’onere di controllare all’infinito chi li governa. Per molti anni gli Italiani hanno servito le Forze Armate e la Nazione con l’istituto della leva obbligatoria, isitituzione solo parzialmente utile. Oggi è tempo di servire l’Italia con un nuovo servizio civile mirato al controllo della corruzione politica e delle inefficienze della macchina pubblica. Non sia solamente lo Stato a controllare i Cittadini, ma i Cittadini a controllare la macchina dello stato e la politica che la Governa.
  • Trasparenza: non vi siano più aree grigie nell’amministrazione e nella contabilità dello Stato. Ogni cittadino dovrebbe essere in grado di “navigare” nei conti dello Stato fino ad arrivare ai più piccoli e dettagliati capitoli di spesa di ogni amministrazione pubblica. Le tecnologie informatiche consentono oramai di fare questo in modo semplice, strutturato ed usabile. Vi sono aziende private molto grandi che da anni tengono sotto controllo i conti fin nel minimo dettaglio tramite questo tipo di tecnologie, applicarle in maniera metodica all’amministrazione pubblica, per una continua ricerca dell’efficienza, è oggi possibile, urgente e doversoso.
  • Catena del Valore: si identifichi, una volta per tutte, la Catena del Valore della Nazione. I professionisti dell’economia e gli specialisti in performance delle organizzazioni sanno bene di cosa si tratta. Nel caso di un Nazione la catena del valore inizia dalla materia prima per produrre competitività: Le Competenze. Le competenze vanno create e sviluppate, per creare impresa e reddito in modo competitivo. Occorre identificare nel dettaglio una catena del valore dove lo Stato può e deve aggiungere valore ad ogni passo della sequenza.

Questi alcuni dei fondamenti della “Democrazia da Competizione”.

Bisogna infine avere consapevolezza del fatto che una riforma competitiva del sistema democratico è una enorme opportunità per la nostra comunità che ci può completamente riposizionare rispetto alle principali economie occidentali. Per questo motivo non bisogna aver paura del cambiamento e della competizione, entrambe sono fattori imprescindibili dai quali è impossibile sfuggire e ai quali è dannoso resistere.

Nella lunga competizione, che è la nostra vita, si può essere molto felici se si vince o molto stressati e infelici se si perde. Giocare in difesa e resistere al cambiamento è la maniera più facile e diretta per perdere qualunque competizione, la sistuazione attuale dell’Italia ne è una prova lampante.

Vogliamo finalmente essere felici?

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Moderati, Riformisti, Conservatori (e Opportunisti)

PagliaccioChi sono in Italia i Moderati, i Riformisti e i Conservatori? Non sto parlando dei nostri politici, tre aggettivi per loro sono fin troppi, li accomunerei sotto un’unica etichetta, ma questo è un altro discorso, sto parlando invece della nostra società.

Fino a che punto la nostra vita sociale è “incrostata” di clientelismo, dipendenza dagli apparati e dalla burocrazia, corruzione e opportunismo politico da poter sperare in una diffusa spinta riformatrice?

C’è forse qualcuno in questo paese convinto che l’Italia non abbia bisogno di riforme? Ne dubito. Eppure le riforme non si fanno. Tutti resistono, tutti hanno qualcosa da difendere. Non importa chi sia stato al potere, moderati, progressiti, riformisti, ogni scusa è stata ed è tuttora buona per rimandare all’infinito gli interventi necessari. La classe politica resiste al cambiamento, ma con essa, e forse più di essa, anche la società civile.

Nonostante tutto è arrivato il momento di farle le riforme, non c’è più spazio per rimandarle siamo infatti al bivio tra la strada che ci porta verso l’Europa competitiva e quella che conduce alla catastrofe Greca.

L’iniziativa di Monti tende a mettere al centro della vita politica la cosiddetta società civile nel tentativo di farla diventare il vero motore, non politicizzato, del cambiamento. Iniziativa, per quel che mi riguarda, assolutamente condivisibile, anche per il fatto che la classe politica Italiana si è da tempo cristallizata in un dibattito sterile che non ha certamente al centro i problemi del paese, ma solo beghe, politiche e personali, di basso livello.

Ha ancora ragione Monti quando dice che tutto dipende dalla nostra competitività e che se non facciamo  le riforme non diventeremo mai competitivi e tutto diventerà ancora più difficile (se è possibile), a cominciare dalla soluzione dei problemi economici fino all’acuirsi del declino sociale e culturale che si è già manifestato negli ultimi anni.

Sul ruolo della società civile in tutto ciò ho però delle perplessità: quanta della nostra società percepisce le giuste urgenze descritte da Monti, e quanta percepisce quindi una forte necessità di cambiamento?  E ancora quanta di questa eventuale voglia di cambiamento si può incanalare verso un’azione positiva anzichè disperdersi in un rigetto senza appello dell’intero sistema?

Le risposte rischiano di essere francamente deprimenti.

Tra la cosiddetta “antipolitica”,  l’astensionismo, i voti di protesta e una diffusa ignoranza sulle reali condizioni dell’economia Italiana (ebbene si c’è gente che pensa e crede che lo spread sia frutto di una macchinazione tedesca…), è difficile pensare che la società civile sia veramente in grado di produrre quel colpo di reni che ci servirebbe a riguadagnare un posto tra le economie più evolute. Temo che Monti finisca per essere il rappresentante di se stesso e di una Elitè culturale che, sicuramente porta avanti una sacrosanta causa, nel nome e per il bene dell’Italia, ma che è numericamente irrilevante al fine di  innescare un processo positivo di radicale rinnovamento.

I comportamenti della classe politica e l’inefficienza del nostro apparato sono inoltre oramai diventati una parte integrante dei nostri costumi. Vi è una moltitudine di cittadini, per fare un esempio, che fa regolarmente leva sui tempi, enormemente lunghi, della giustizia Italiana per commettere, senza conseguenze apprezzabili, reati e soprusi di ogni tipo certi che ogni procedimento cadrà in prescrizione o che la parte danneggiata rinuncerà  ad un’azione legale vista l’impossibilità di avere giustizia in tempi certi.

Questa incrostazione dei costumi e del nostro modo di pensare ci porta quindi ad essere conservativi e conservatori (indipendentemente dalle idee di destra o di sinistra)  anche “a nostra insaputa”, ci porta a difendere lo Status Quo di una Nazione di cui conosciamo fin troppo bene le istruzioni per l’uso.

In una Nazione profondamente riformata, dove le cose un bel giorno dovessere funzionare per davvero, molti di noi si sentirebbero terribilmente spaesati. Come “sistemare”, ad esempio, un figlio o un familiare se non ci fossero più politici ed amministratori compiacenti? Bisognerebbe a quel punto insegnare ai nostri figli il valore della meritocrazia, dell’impegno nel lavoro e dello studio, tutte cose che, in molti casi, oggi facciamo in modo molto relativo.

Pensiamoci, siamo forse noi la vera palla al piede sul percorso delle riforme?

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Non Mi Rappresenti Più!

Sono freschissime le esternazioni di Berlusconi che, sull’onda della sua condanna in primo grado nel processo Mediaset, ha sentito la necessità di minacciare il ritiro della fiducia al Governo in carica con grave danno per tutta la Nazione. Questo fatto ci riconduce ai punti chiave della

La politica deve produrre risultati

discussione relativa a chi ci rappresenta nella nostra Democrazia Parlamentare. Occorre quindi ricordare alcuni dei paradossi del nostro sistema democratico (purtroppo non ne abbiamo l’esclusiva, un simile problema affligge anche altre democrazie occidentali):

 

 

  • Eletto dal Popolo = Galantuomo
  • Eletto dal Popolo = Capace di Governare un Paese
  • Eletto dal Popolo = Opera per il Bene Comune

Come ricorderete queste identità sono un eredità culturale del nostro passato remoto, un passato nel quale le persone più colte, educate ed istruite (spesso provenienti dall’alta borghesia,  dalla nobiltà decaduta o anche dal clero) erano quelle che si dedicavano, foniti di alti ideali, alla politica nell’interesse, certamente di una parte, ma in generale dell’Italia tutta. 

Nel tempo queste associazioni sono diventate delle assunzioni totalmente gratutite, associazioni implicite per le quali i nostri Onorevoli (non è forse anche questo un paradosso? Vengono denominate “onorevoli” delle persone che abbiamo scoperto essere tutt’altro che onorevoli….) si identificano automaticamente e più o meno inconsciamente con “i migliori”, con una classe dirigente  che, grazie al voto, assume (forse per grazia ricevuta?), seduta stante, capacità politiche, strategiche e amministrative mai verificate (e forse mai possedute).

E’ dunque arrivato il momento di risolvere questa situazione. L’esternazione del Cavaliere, letta attraverso la lente dei paradossi, ci dice quanto grave sia il problema. Il soggetto in questione è infatti riuscito, in un solo colpo a smentire i 3 paradossi e a farlo in modo che tutti gli Italiani potessero vedere quanto queste associazioni mentali implicite siano dannose per la nostra Democrazia:

  • Berlusconi non è un galantuamo, lo ha dimostrato più volte con comportamenti al di sotto degli standard per un qualunque Primo Ministro e per via delle sentenze emerse da alcuni processi dove figurava come imputato, incluso l’ultimo processo Mediaset.
  • Berlusconi non si è dimostrato all’altezza di governare una Nazione come l’Italia. Davanti ad una situazione Critica come quella emersa nell’autunno del 2011 non ha saputo mettere in campo i rimedi efficaci e le politiche riformatrici messe poi in atto dal successivo governo. Proprio nei momenti difficili serve, a noi cittadini, che i nostri rappresentanti siano all’altezza della situazione. “Abilitate di Marinaio non si vede in aqua cheta”, diceva infatti Leonardo Da Vinci.
  • Berlusconi non ha operato per il bene comune, durante il suo governo (prenderemo in esame solo l’ultimo, ma i precedenti non fecero meglio…) i principali indicatori sociali ed economici Italiani sono tutti peggiorati rispetto ad altre Nazioni europee di riferimento (Francia, Germania, Inghilterra, BeNeLux, etc…), con un evidente danno per tutta la Nazione, inclusa quella parte di elettori che per lui ha votato.

Davanti a tanto esempio di come le nostree derive culturali siano fuorvianti quando esprimiamo il nostro voto, dovremmo, finalmente, prendere dei provvedimenti quali ad esempio:

  1.  Evitare che le persone non all’altezza delle aspettative e delle responsabilità assegnate diventino inamovibili. Occorrono meccanismi istituzionali per rimuovere, in fretta, i componenti di un governo ed i Parlamentari che sono palesemente inadeguati.
  2.  Occorre un principio di responsabilità oggettiva per chi, governando, danneggia il patrimonio delle Stato. Il danno erariale, contestabile dalla Corte dei Conti, si è  nei fatti rivelato inadeguato e di difficile applicazione poichè si applica solo ad eventuali danni economici conclamati (la perdita di competitività del sistema Paese è molto difficile da quantificare economicamente, nonostante ciò rappresenta un enorme danno per noi tutti!).
  3. Occorrono dei principi etici condivisi per evitare comportamenti al di sotto di uno standard consono a chi rappresenta i cittadini Italiani. I comportamenti meno che irreprensibili dovranno portare a sanzioni economiche, alla rimozione da tutte le cariche pubbliche ed all’intedizione dai pubblici uffici per un tempo molto lungo.

E’ persino superfluo ribadire che la misurazione dell’operato del Governo in carica, dei suoi componenti e dei Parlamentari è una condizione assolutamente necessaria per poter implementare un sistema efficace di controllo che restituisca un senso alle eguaglianze che abbiamo elencato in precedenza, eguaglianze che sono fondamentali per dare sostanza e stabilità alle nostre istituzioni democratiche.

Se avessimo avuto delle norme ispirate ai tre punti precedenti avremmo potuto rimuovere Berlusconi ed il suo governo, ( o qualunque altro governo…) nel momento in cui fosse stato accertato un danno per il patrimonio pubblico ( ad esmpio la perdita molto forte di competitivitù del paese) o dei comportamenti non consoni alle cariche ricoperte (nel caso specifico non sono certo mancati…).

Paradossalmente l’attuale governo Monti forse ci porta a dimenticare l’importanza e l’urgenza di questi cambiamenti poichè opera e si comporta con degli standard nettamente più alti rispetto al precedente governo ed agisce sicuramente nell’interesse complessivo della Nazione con risultati tangibili e misurabili anche se non del tutto positivi. Non dobbiamo però commettere l’errore di rimanere inerti davanti a queste urgenze e dobbiamo, con tutte le nostre forze, chiedere dei meccanismi per revocare, d’ufficio, la fiducia che abbiamo accordato ai nostri rappresentanti nel segreto dell’urna per poter dire, tutte le volte che serve, “Non Mi Rappresenti Più”.

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Corte dei Conti e ISTAT: gli strumenti per misurare la Politica

Il nostro ordinamento costituzionale, come quello di molti altri stati occidentali,  prevede un organismo di controllo dei conti pubblici: La Corte dei Conti.

La Corte è la magistratura contabile dello Stato Italiano, essa ha, in realtà, poteri che qui definirei quasi simbolici. Molti non saranno forse daccordo con questa mia affermazione poichè, tecnicamente la Corte ha poteri e compiti ben definiti. (Si veda a proposito il Sito della Corte dei Conti: http://www.corteconti.it/chi_siamo/la_corte/  )

Purtroppo, negli anni, questa istituzione, prevista dalla Costituzione della Repubblica, è stata di fatto marginalizzata e “neutralizzata” in modo da non costituire più un serio pericolo per le scorribande della politica in campo economico.

La Corte è stata infatti abilmente sottomessa al potere politico che ne ha sapientemente guidato, con costante regolarità, le nomine ai vertici, estendondo su di essa, ancora una volta, i suoi potenti tentacoli clientelari.

La Corte è un organismo del quale, mai come in questo frangente, avremmo bisogno, un disperato bisogno. Occorrerebbe infatti mettere definitivamente un argine alla eccessiva libertà di manovra che i governi hanno in campo economico. La capacità e la possibilità di spesa dello Stato oggi non hanno virtualmente nessun freno consentendo l’accumulo indiscriminato di debito sovrano ed un utilizzo strumentale e propagandistico del denaro pubblico.

Con il nostro denaro la politica sostiene ed alimenta se stessa, la macchina della corruzione e del clientelismo e finanzia campagne a sfondo populistico mirate al consolidamento del potere acquisito. Questo comportamento è stato più volte denunciato dalla Corte nelle sue relazioni periodiche, ma la Corte stessa non ha potuto, nei fatti, procedere con dei provvedimenti specifici contro alcun soggetto politico e men che meno contro il governo.

Abbiamo più volte detto, e ancora lo ribadiamo, che una funzione di misurazione e controllo sull’operato della politica, che si esplicita nella misurazione dei risultati effettivamente raggiunti dal governo in carica, è l’unica via per riformare la nostra società e per indirizzare in maniera forte e virtuosa le scelte in cmpo economico e sociale.  Siamo inoltre convinti che i progressi raggiunti e la posizione dell’Italia nei rankings europei, in campo economico e sociale, siano un patrimonio dell’intera Nazione che va incrementato e protetto nel tempo a beneficio di un reale progresso.

In questo quadro un organismo come la Corte dei Conti, per sua natura preposto alla protezione del patrimonio dello Stato (Si veda la missione ufficiale dell’Istituzione), dovrebbe finalmente essere in grado di esercitare, in piena autonomia, quella funzione di controllo e certificazione che le è propria. Occorrerebbe addirittura estendere la funzione della Corte al di là del campo economico in modo da proteggere il nostro “patrimonio”  Nazionale in tutti i settori della società come ad esempio l’istruzione, la sanità, l’ambiente, la cultura, i diritti civili, etc.

La Corte dovrebbe idealmente poter esercitare una funzione di controllo preventivo ( potrebbe farlo già oggi ma raramente tale pratica trova un attuazione efficace) sui meccanismi di spesa dello Stato. La Corte potrebbe quindi esercitare anche una funzione forte di certificazione degli indicatori di andamento economico e di quelli relativi all’intero andamento della Nazione intesa come comunità civile.

Per garantire la totale indipendenza della Corte sarebbero, però, necessarie alcune riforme sostanziali relative al processo di composizione ed alla collocazione istituzionale dell’organo.

La composizione andrebbe rivista includendo elementi qualificati provenienti dalla società civile in rappresentanza del mondo del lavoro e dell’economia, organismi provenienti dal mondo accademico e personalità eminenti della cultura italiana. La Corte dovrebbe infine rispondere direttamente al Presidente della Repubblica così come già avveniene per il Consiglio Superiore della Magistratura e le sue funzioni dirigenti non dovrebbero più essere proposte dal Governo, come invece accade attualmente.

La Corte trae il suo mandato dalla carta costituzionale che ne prevede esistenza e funzioni in due articoli il 100 ed il 103. Purtroppo in questi articoli si delinea una funzione di controllo “debole” basata su giudizi preventivi di merito riguardo l’operato del governo e su giudizi generici sulla gestione. La possibilità di intervento, tramite l’unica funzione “forte”,  può essere esercitata nei confronti degli amministratori pubblici che nei fatti provocano danni al patrimonio dello Stato (danno erariale).

L’azione della Corte, nei confronti del Governo, si risolve nei fatti nel:

  • Commentare le leggi che il governo ed il parlamento approvano ed eventualmente rimandarle agli organi preposti se non dotate di opportuna copertura finanziaria
  • Commentare e pubblicare il proprio giudizio sulla gestione economica del governo e sullo stato del patrimonio Nazionale. Rendendo pubblici sia gli aspeti positivi che quelli negativi dell’azione di governo in modo tale da stimolare un giudizio popolare informato.

Tali prerogative risultano a nostro avviso gravemente insufficienti nell’architettura moderna di una democrazia competitiva.

La Corte dovrebbe infatti essere in grado di sancire, sulla base di fatti e misure, un danno eventualmente procurato dal Governo, al patrimonio dello Stato, di riportare l’entità di tale danno al Presidente della Repubblica che, prendendo atto delle valutazioni della Corte, dovrebbe tempestivamente prendere delle contromisure istituzionali adeguate.

La capacità di intercettare situazioni dannose e la velocità di reazione delle Istituzioni sono (e sempre di più lo saranno in una economia che viaggia sulle autostrade informatiche) un fattore determinante nel proteggere il patrimonio pubblico e la competitività della Nazione.

Compito importantissimo della Corte dovrebbe essere, infine, quello di presentare al Presidente della Repubblica la relazione sulla gestione dello stato Italiano. Tale Relazione è già oggi pubblicamente presentata dalla Corte dei Conti, ma non costituisce una base per interventi che possano fermare l’azione di governo o l’azione di suoi componenti se essi causano un evidente danno al patrimonio pubblico. La Relazione dovrebbe produrre un commento circostanziato rispetto al progresso della Nazione. Il progresso potrà essere misurato sulla base di un isieme di indicatori primari che consentano una sostanziale comparazione con le altre economie occidentali avanzate.

Al Presidente della Repubblica spetterà quindi la decisione sulle azioni da intraprendere a seguito della Relazione. In caso di apprezzabili progressi l’azione del Governo potrà continuare, nel caso di un evidente regresso, associato a specifiche aree, il Presidente potrà richiedere la sostituzione di alcuni ministri ed un rimpasto di Governo. In caso di grave perdita di competitività in più settori il Presidente potrà arrivare a sciogliere le camere ed indire nuove elezioni dichiarando “fallita” la legislatura con grave colpa della compagine di governo. I soggetti apparetenenti al governo, in questo caso, non potranno più ricoprire cariche pubbliche per i prossimi 15 anni poichè manifestamente incapaci.

Se alla Corte sarebbero demandate le funzioni di certificazione dei risultati effettivamente raggiunti, vi è un altro organismo, altrettanto importante, che dovrebbe supportare il processo di misurazione e controllo della politica: l’Istituto Nazionale di Statistica meglio noto come ISTAT.

L’Istat nella storia Italiana ha subito un destino simile a quello della corte dei conti. Sulla carta esso e’ un organo di misurazione formidabile, in grado di fornire indicazioni preziose per la governance della Nazione. Al pari dell’”intelligence” in campo militare e della “Business Intelligence” in campo economico, l’isitituto Nazionale di statistica sarebbe in grado di indirizzare, con estrema efficacia, le azioni di governo verso i settori che maggiormente ne hanno necessità e che ci vedono indietro rispetto alle altre Nazioni nel contesto europeo.

Purtroppo negli anni l’Istat ha sempre meno ricoperto questo ruolo e sempre più ha invece cercato di resistere a un progressivo smantellamento dei suoi organi da parte della politica. La politica, di qualunque colore, ha da sempre ritenuto l’istituto, un organismo “scomodo” perché’ in grado di argomentare con fatti e cifre, che ovviamente sono molto più solidi delle parole e delle promesse della politica, le realtà scomode dell’Italia.

Molti nel corso degli anni sono stati i tentativi di smantellare di fatto l’Istituto, di tagliarne le fonti di sostentamento (tentativi che continuano ad ogni nuovo governo e che sono tuttora in corso!), di minarne le basi organizzative e di assoggettarlo, un volta per tutte, al controllo completo della politica.

L’istituto che ci ritroviamo oggi e’ solo l’ombra di ciò’ che servirebbe ad un moderno stato democratico per poter indirizzare al meglio le proprie politiche economiche e sociali. In aggiunta a ciò’ l’ISTAT non ha alcun ruolo istituzionale definito, è un organismo del quale ci si può’ avvalere per consultare dati e cifre relative all’economia ed alla società Italiana, ma nulla di più’. L’ISTAT non ha, nei fatti, alcun potere e nessuna amministrazione è vincolata dai risultati rilevati dall’Istituto, nè ha obbligo di tenerne conto in alcun modo.

In un nuovo assetto di misurazione e controllo dell’operato della politica, l’ISTAT potrebbe essere lo strumento per la definizione e la misurazione degli indicatori startegici di funzionamento dello Stato Italiano e per la loro comparazione con misurazioni relative alle Nazioni appartenenti ad un gruppo di riferimento predefinito (gli indici sono omologati e normalizzati da EUROSTAT l’istituto di statistica Europeo).

La Corte dei Conti sarebbe quindi l’organismo in grado di sancire ufficialmente il risultato dell’azione di governo rispetto ai suddetti indicatori e a suggerire ed indirizzare le tempestive azioni ci controllo del Presidente della Repubblica.

Questo assetto ci consentirebbe finalmente di avere una gestione con un meccanismo di controllo ad “anello chiuso” , meccanismo che ci garantirebbe automaticamente il raggiungimento dei risultati minimi della gestione politica e la sconfitta permanente del populismo.

In questo modo, e solo in questo modo, avremo dei governi realmente responsabili delle loro azioni e dell’efficacia di quanto promettono.

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Cosa Possaimo Ottenere Misurando La Politica? Molto Direi….

Vediamo ora quali sono gli effetti che si potrebbero ottenere, nel sistema politico Italiano, e di riflesso nella societa’ italiana, da un attenta misurazione della performance del governo rispetto ad un insieme di obiettivi istituzionali individuati. Proviamo ad elencarli:

Netto miglioramento nella qualita’ della classe politica italiana

 

Questo sarebbe il primo tangibile effetto di questo cambiamento. La classe politica Italiana sarebbe chiamata ad esprimere delle capacità che andrebbero ben oltre il populismo e la demagogia e che si dovrebbero invece misurare con obiettivi estremamente sfidanti.

Prendiamone le Misure

Le compagini di governo avrebbero degli ”avversari” veri, che non sono delle altre parti politiche con le quali mediare obiettivi di corto respiro,  ma le compagini governative di tutte quelle nazioni che competono con l’Italia nell economia globale.

Il fallimento nel raggiungimento degli obiettivi istituzionali metterebbe fine alle speranze di una parte politica di governare la Nazione e di trarne profitto per la parte che rappresenta. L’azione di governo orientata al profitto di parte potrà infatti essere considerata e portata avanti se e solo se prima tutti gli Italiani avranno tratto profitto dal buon operato del governo.

Focalizzazione e Motivazione a Prevalere

Il governo sarebbe estremamente focalizzato nel raggiungimento degli obiettivi assegnati. Non avremmo piu’ dei governi che, reagiscono agli eventi, che ”navigano a vista” e che si misurano in continuazione con i sondaggi di opinione e con gli umori dell’elettorato.  In poche parole qualunque spinta populista risulterebbe fortemente moderata. Tutte le azioni governative sarebbero estremamente orientate al risultato che, lo ricordiamo,  risulterebbe l’unico valido modo per mantenere in carica l’esecutivo  ed i suoi componenti e sarebbe anche l’unico modo per evitare che la legislatura si concluda con un fallimento conclamato in modo istituzionale, con impatti ovvi sulla successiva competizione elettorale.

Eliminazione del nepotismo e del ”commercio” di cariche pubbliche

Un governo orientato alla performance assoluta ed al conseguimento di obiettivi ineluttabili, non potrebbe piu’ permettersi di nominare in posti chiave della pubblica amministrazione persone che non possano a loro volta garantire un altissimo livello di performance esecutiva, lasciando poco spazio a nomine di favore e di parte. Le nomine di persone non competenti metterebbe a rischio di fallimento l’intero esecutivo e le parti politiche che esso rappresenta.

Miglioramento della performance complessiva dello Stato

Il meccaismo di misurazione indurrebbe degli apprezzabilissimi benefici sull’ intera macchina della Pubblica Amministrazione Italiana che avrebbe la responsabilità di sostenere in maniera operativa l’azione del Governo.

E’ molto probabile che i governi possano decidere a loro volta di istituire un sistema di indicatori per misurare la performance nei vari comparti della publlica amministrazione e di estendere il principio di ”accountability” a tutti i dirigenti della stessa.

Il risultato di questo cambiamento avrebbe un portata enorme per il nostro Paese, trasformando profondamente il rapporto tra cittadini e lo Stato. La Pubblica Amministrazione in pochi anni potrebbe diventare la culla delle eccellenze Italiane dove solo i piu’ capaci possono essere chiamati ad operare e corruzione e malaffare sarebbero limitati intrinsecamente dall’impossbilita’ di coniugare l’ inefficienza che ne deriverebbe con il raggiungimento del risultato finale prescritto dagli obiettivi.

Massima collaborazione tra la politica e la societa’ civile

La politica ed in particolare il Governo avrebbe massimo interesse a cooperare con tutte le parti sociali,  al fine di raggiungere gli obiettivi istituzionali prefissati. Le scelte operate dal Governo non potrebbero essere a favore di una parte o di un altra se alla fine il risultato non andasse a sostanziare un miglioramento della performance complessiva della Nazione.

Si eviterebbero così posizioni strumentali ed ideologiche su questioni che riguardano invece la vita pratica e la competitivita’ della Nazione sotto tutti gli aspetti. Il governo avrebbe inoltre massimo interesse a cooperare con tutte le parti politiche, incluse le opposizioni, al fine di trovare soluzioni rapide ed efficaci alle questioni pratiche che influenzano gli obiettivi istituzionali. Le parti sociali, per contro, avrebbero estrema chiarezza sull’operato del governo e sugli obiettivi che lo stesso e’ chiamato a raggiungere ed avrebbero consapevolezza del fatto che il Governo opererebbe realmente per migliorare la condizione di tutte le parti anche quando queste sono naturalmente contrapposte, come ad esempio nel caso delle imprese e dei sindacati.

Rapporto costruttivo con le opposizioni

Il rapporto tra governo e le forze di opposizione risulterebbe drasticamente cambiato. Le opposizioni sarebbero responsabili e costruttive nei confronti del governo in carica in modo da ricevere, a  loro volta, eguale trattamento se chiamate a governare. La tentazione di ”sgambettare il governo”, sebbene possibile, non durerebbe a lungo in vrtù del fatto che la sua caduta porterebbe allo scioglimento delle camere con conseguente fine della legislatura, probabile cambio di maggioranza e possibile ritorsione da parte della nuova opposizione. Nessuna forza politica, infine, potra’ mai schierarsi apertamente contro il raggiungimento di uno o piu’ obiettivi istituzionali, essendo questi rappresentativi del benessere e del progresso complessivo della Nazione.

Nessuna forza politica potra’ ad esempio schierarsi contro un istruzione o una sanita’ migliore o contro un incremento dell’occupazione. Il ruolo delle opposizioni sarà di entrare nel merito sul come tali obiettivi possono essere raggiunti, nel proporre priorità diverse per gli obiettivi istituzionali e nel confrontare l’azione governativa per tutti gli obiettivi non istituzionali ma di parte.

Controllo della spesa pubblica e del debito

 

Il Governo dovrebbe tenere sotto controllo la spesa pubblica evitando di attingere alle casse dello Stato in modo indiscriminato per raggiungere i propri obiettivi. Ciò è accaduto in passato molte volte a causa di spinte populistiche e nel tentativo di mantenere ed accrescere consensi per pla propria parte politica. Questa pessima pratica ha portato ad un debito tra i più elevati nell’ambito delle Economie Occidentali. La sostenibilità degli indicatori economici sarebbe certamente parte degli obiettivi istituzionali ed abusare della possibilità di spesa pubblica porterebbe in breve alla fine della legislatura.

Limite all’Aumento Incontrollato ed Ingiustificato della Tassazione

 

Nel passato e tutt’ora i nostri Governi hanno avuto l’irrefrenabile tentazione (sfociata poi nei provvedimenti che tutti conosciamo) di operare innalzando il livello di pressione fiscale per avere più risorse a disposizione della loro azione politica. E’ più che ovvio che tale pratica sia di più facile ed immediato beneficio per il bilancio dello Stato rispetto alla ricerca continua dell’efficienza nella spesa. E’ altrettanto ovvio che alzare la pressione fiscale oltre una ragionevole soglia provoca una serie di scompensi sociali ed economici. La misurazione continua della performance del Governo impedirà l’innalzamento della pressione fiscale oltre la media degli indicatori di riferimento, spingendo il Governo a cercare risorse tramite tagli “intelligenti” della spesa pubblica. I tagli dovranno essere infatti operati in modo da non  inficiare il raggiungimento degli altri obiettivi istituzionali. In buona sostanza i tagli possono essere indirizzati solo verso le aree nelle quali vi sono e vi saranno evidenti sprechi.

In conclusione, vi sono molte ragioni per “inchiodare” chi ha l’onore e l’onere (e che onere sia..!) di governarci, tramite un processo di scrupolosa misurazione, all’evidenza dei risultati effettivamente raggiunti. Per contro non vi sono evidenti contro-indicazioni di sorta a questo approccio, se non per nostaglici e utopisti di una parte e dell’altra che, nell’insguire ammuffite ideologie, perdono di vista il vero progresso sociale ed economico della Nazione.

Nei prossimi post parleremo di cosa misurare e dei meccanismi di governance che dovrebbero portare la Nazione a raggiungere i propri obiettivi.

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