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L’Europa dei Tecnocrati

 

Quale Europa?

Quale Europa?

Proprio ieri Matteo Renzi torna a scagliarsi contro un Europa senz’anima governata da Tecnocrati che pensano solo a infinite serie di numeri anziché alla reale condizione dei cittadini degli stati membri. L’obiettivo ultimo del nostro Presidente del Consiglio è quello di ottenere più flessibilità, elemento, a suo dire, indispensabile per favorire la crescita. La flessibilità serve a Renzi per poter fare degli investimenti a sostegno delle politiche economiche dell’Italia, politiche che non sono però del tutto esenti dal sospetto di essere dettate da uno  strisciante populismo da prima repubblica e dall’impellente necessità di sostenere imminenti prove elettorali.

Certo sul fatto che l’Italia abbia bisogno di capacità di investimento per potersi costruire un futuro migliore, nessuno ha dei dubbi! Ma per quale motivo questa possibilità ci è negata? Per quale ragione questi austeri Cerberi che governano l’Europa non concedono all’Italia i margini di manovra che chiede? La risposta è molto semplice e si basa su alcuni “peccatucci” che l’Italia si porta dietro da almeno 30 anni.

L’enorme debito pubblico è il primo, dare più flessibilità all’Italia equivale ad aumentare la probabilità che questo debito cresca ancora, cosa non accettabile per la terza economia dell’eurozona. L’Italia per i nostri partner europei è già una mina vagante che aspetta l’occasione giusta per deflaglare e mandare a fondo tutta la corazzata, Germania e Francia comprese.

Un altro problema è l’efficienza del nostro sistema bancario, tra i più “avari” nel supportare gli investimenti delle imprese ed al contempo con i più alti tassi di sofferenza in europa. Ciò configura un sistema altamente inefficiente, politicamente manovrato se non addirittura corrotto.

Il terzo fattore, che alcuni indicano addirittura come un punto di forza della nostra economia (!), è relativo alla geografia del potere economico che nel nostro caso risulta concentrato nelle mani di pochi gruppi a conduzione familiare a discapito di un azionariato diffuso. L’azionariato diffuso fungerebbe infatti da elemento catalizzatore nella distribuzione della ricchezza e nell’impiego dei capitali che giacciono improduttivi nei pingui depositi bancari Italiani (abbiamo i depositi bancari più pingui d’Europa, ma non dovremmo andarne fieri).

Scagliarsi contro i Tecnocrati ed ignorare questi fattori  porta tutti, e soprattutto i partner europei, a sospettare che il becero populismo Italiano sia ancora pesantemente all’opera e che sia, in fondo, il vero motore della politica Italiana. Le alternative al governo Renzi sono, sotto questo punto di vista anche peggiori, si limitandosi infatti a combatterlo con le stesse armi e sullo stesso terreno, su temi che scaldano gli animi ma non muovono paglia.

A sentire Matteo Renzi siamo finiti dentro ad un tunnel dal quale l’Europa ci impedisce di uscire! La realtà è purtroppo,un altra:  si siamo nel tunnel, ci siamo finiti per colpa nostra (si vedano le politiche economiche “da bere” degli anni 80 e 90)  e per colpa nostra ci restiamo perché continuiamo a fare le cose sbagliate.

Se l’Italia ha bisogno di investimenti mobilizzi allora i ricchissimi capitali che possiede nei depositi bancari e nel risparmio privato, favorisca l’azionariato diffuso, renda meno “immorale” la diffusione del benessere nella classe media e non penalizzi lo sviluppo dell’iniziativa privata con norme degne di uno stato comunista di vecchio stampo. Si rompa una volta per tutte il legame lobbistico tra i potenti gruppi familiari e la politica e si favorisca la decentralizzazione dell’economia, si supporti  fiscalmente il seeding da venture capital privato e si stringano alleanze per la formazione con campus Americani e Cinesi.

Bastano queste semplici mosse e dal tunnel ne usciamo da soli senza bisogno di scagliarrsi sui Tecnocrati che talvolta ci dicono solo una  verità che non vogliamo ascoltare.

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Leopolda: Propaganda o Meeting per le Idee?

Una "vecchia! stazione dove ci siamo già fermati

La Leopolda: una “vecchia” stazione dove ci siamo già fermati

Riparte oggi la Leopolda , stazione in cui si ferma e si compiace ogni anno la strategia di P.R. di Renzi, Boschi (o forse dovrei dire il contrario…) & Co. Le prime edizioni, benché avessero un retrogusto di vecchia riunione  di parrocchia, erano comunque animate da un spirito creativo con i tavoli tematici presso i quali si poteva ancora discutere a soggetto. Questa ultima edizione sancisce definitivamente il passaggio della Leopolda sotto la regia Boschiana e lo sconfinamento definitivo nella Propaganda più vetero partitocratica, quasi da “festa dell’amicizia” dei bei tempi andati. Già, festa dell’amicizia, non festa dell’unità, perché a conti fatti in questo si è tradotta la rottamazione di Renzi dei vecchi quadri dirigenti del PD. Lo scambio c’è stato, alla pari: un vecchio PD, nostalgico di Baffone, per una vecchia DC, nostalgica del modo “cerchiobottista” di fare politica, tanto in voga, nel nostro paese, negli anni 60-70-80. Cambiano ovviamente i mezzi di comunicazione, l’ondata “social” ha costretto tutti i partiti ad un diverso stile di comunicazione, ma il vecchio vizio del partito unico, che ha dentro di se maggioranza ed opposizione, più qualche correntina trasversale con i suoi distinguo, eccolo lì di nuovo, in pieno stile DC dei bei tempi andati. Gli altri? Oppositori del sistema, sfascisti, gente che vuole minare le basi della nostra convivenza… Per carità a guardarli da vicino gli altri non sono niente di che, una destra politicamente infima e culturalmente inesistente, un movimento 5 stelle politicamente molto immaturo, perso dietro ai vaffa e alle scie chimiche, abbandonato a 2-3 parlamentari “saccentini” che da portavoce del movimento a stento riescono ad articolare  qualche frase in un italiano sgrammaticato. Renzi e la Boschi sono riusciti a stringere all’angolo tutti questi, pur non essendo niente di meglio rispetto a loro e pur non portando alcuna novità politica nel panorama italiano, i 2 wonder boys hanno solo mascherato, dietro una finta iperattività politica, la voglia di ritorno alla normalità dell’elettore medio italiano, quell’essere “benpensante” insaziabilmente affamato di DC, di “a fra che te serve”, di “troviamo un compromesso che salvi la faccia a tutti”.

Oggi alla Leopolda si celebra il partito che si parla addosso, il partito che fa contenti tutti e che fa scontenti tutti, che dà conto alla sua maggioranza ed alla sua opposizione, che non è di destra e non è di sinistra, che non sta con l’Europa, ma non è contro, che condanna il terrorismo ma non reagisce, che sta dalla parte della gente ma difende le banche, etc etc…

Allora tanto per gettare sassi nello stagno, immaginiamo di poter discutere alla Leopolda di due o tre cose che potrebbero fare la differenza da qui in avanti:

  1. Misurare l’efficacia dell’azione politica con dei target misurabili su tutti i ministeri economici, target da cui far dipendere la fiducia ai ministri in carica (ci chiamiamo misurarelapolitica mica per niente…)
  2.  Supportare con i fatti le politiche energetiche per la rinnovabili.  Tutti gli impianti di rifornimento abbiano, per ottenere il rinnovo della licenza,  impianti di ricarica elettrica  veloce entro il 2020
  3. Entro il 2020 tutte le pubbliche amministrazioni utilizzino il telelavoro per almeno il 30% dell’organico
  4.  Gli ammortizzatori sociali siano disponibili solo alle aziende che, a seguito della domanda di cassa integrazione per motivi economici, licenzino i dirigenti responsabili delle aree che afferiscono al beneficio.

A Presto

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La Grecia, l’Italia, l’Europa, la Politica e la REALTA’

La “lettera” della Grecia all’Unione Europea è ancora fresca di stampa. La Grecia è stata così costretta a ribadire molti degli impegni presi con la “Troika” per risanare l’economia e portare avanti un programma di profonde riforme. In cambio ha ricevuto una misera dilazione dei tempi di implementazione delle riforme.

Come andrà a finire non è facile dirlo, verosimilmente la Grecia dovrà rinunciare ad alcuni proclami del suo nuovo Primo Ministro e dovrà ancora fare i conti con la scomoda realtà di essere un economia (troppo) strettamente interconnessa con quella dell’Europa e del mondo occidentale in generale.

vignetta-Italia-Grecia

Da tutta questa vicenda dovremmo però provare a ricavare degli elementi di riflessione fondamentali che ci possano indicare una futura strategia e un modo di fare politica del tutto diverso e basato sulla realtà dei fatti.

 Ecco alcuni elementi che sono chiaramente emersi dall'”affaire” Grecia e di cui dovremmo tenere conto anche nella realtà Italiana:

  1. Le elezioni, in Grecia come in Italia, si vincono facendo leva sui sogni e sulle frustrazioni delle persone (detto altrimenti becero-populismo televisivo)
  2. La politica ha a che fare, suo malgrado, soprattutto con la realtà economica di un paese
  3. L’economia di una Nazione non dipende solamente da variabili controllabili ed economiche (e non è certo questa la novità)
  4. La realtà economica di un paese dipende fortemente dalle sue radici culturali e dalle sue trasformazioni sociali
  5. La realtà economica e sociale di un Paese non si cambia dall’alto e non si cambia in 1 o 2 anni (nonostante i proclami di Renzi in Italia e di Tsipras in Grecia)
  6. Le riforme economiche non possono essere punitive
  7. Le riforme sociali devono precedere le riforme economiche
  8. Le riforme sociali richiedono un arco temporale di un ordine superiore rispetto alle riforme economiche
  9. Le riforme richiedono investimenti, anche quelle fatte per ridurre l’indebitamento
  10. Le riforme richiedono un approccio bilanciato e attentamente misurato
  11. Le riforme devono produrre risultati misurabili
  12. Le riforme richiedono “accountability” per le scelte effettuate

Questo elenco, sicuramente parziale, ci riporta al concetto centrale di questo blog: la politica misurabile che produce un effetto bilanciato sull’economia e sugli aspetti sociali legati alle necessità ed alle aspirazioni dei singoli.

  Un politica riformatrice non può operare con una visione parziale del mondo. Una riforma non è una cura sintomatica, ma un approccio clinico “sistemico” che mira al miglioramento generale delle “condizioni di salute” di una Nazione. Tagliare il debito alzando le tasse e riducendo i costi della pubblica amministrazione o del sistema pensionistico è una evidente forzatura che nel medio periodo porterà, esattamente come è successo in Grecia, ad uno sbilanciamento, drammatico e forse irreversibile, del sistema paese. Così come spesso agisce il buon medico di famiglia, bisogna certo intervenire sui sintomi, ad esempio bisogna fare scendere la febbre di un malato prima che questa possa causare danni irreparabili, ma al contempo bisogna ricercare e curare le cause dei fenomeni,  di quella febbre,  in modo da evitare che si possa ripresentare in futuro.

Curare le cause è spesso un operazione difficile e che non porta voti e consenso alla politica. Per questa ragione i nostri rappresentanti, inclusi i rappresentanti politici della comunità europea, mirano in modo molto più pragmatico a curare i sintomi ed a mostrare il volto di un medico rigoroso che per non fa morire il paziente è pronto ad amputare questa o quella parte del corpo.

Più volte abbiamo sottolineato che il sistema degli indicatori è un elemento chiave per indirizzare le riforme e per valutarne l’efficacia. Il sistema degli indicatori, per i motivi sopra esposti, non si può limitare alle variabili economiche, quali il PIL, l’indebitamento, la tassazione il tasso di disoccupazione e altri, ma deve comprendere e misurare diversi altri aspetti economici e sociali della vita di un Paese. Il miglioramento di una Nazione non è mai solo economico, ma comprende una diversa maturità sociale e culturale che è il terreno fertile per lo sviluppo.

Ma quando il malato è grave, come nel caso della Grecia, o in uno stato che desta preoccupazione, come nel caso dell’Italia, abbiamo veramente il tempo di agire sulle cause?  Certamente nel caso della Grecia e forse anche nel caso dell’Italia, alcune misure sono state prese per far scendere “la febbre” del malato, così come certamente si è andati oltre il lecito con certi medicinali rischiando di uccidere il malato senza curarlo veramente. In entrambe i casi la classe politica rimane refrattaria ad un serio programma di misurazione degli effetti delle riforme. Il concetto che ci sono da fare “La Riforme” e che chi le fa è nel giusto e va aiutato a continuare il progetto è di per se ridicolo. L’Italia come la Grecia non ha solo bisogno di Riforme, ha bisogno delle Giuste Riforme,  riforme che inducano il miglioramento, e che non siano cure che rischiano di uccidere il malato, riforme la cui efficacia possa essere misurata e provata al di la dei proclami politici, televisivi e populistici, riforme fatte da persone competenti e pronte ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, fino a lasciare il passo in caso di fallimento.

Il tempo è infine un fattore critico, nessuno può ignorare la sua importanza. Rifacendoci al paragone con il malato curato dal medico di famiglia, proprio come il medico di famiglia sappiamo che ogni guarigione richiede tempo. Ogni medico che dimette il paziente troppo frettolosamente rischia di aprire le porte ad una recidiva. Certamente il paziente non può restare inattivo, magari a letto, per un lungo periodo, poiché ciò avrebbe un impatto significativo sulla sua vita lavorativa e sociale. L’Unione Europea ha in questo senso invece più volte forzato la mano alla Grecia cercando di velocizzare le cure ed il processo di guarigione di quella economia. La recidiva si è, come previsto, puntualmente presentata in tutta la sua evidenza.

L’Italia ha dalla sua un miglior credito ed una situazione economica leggermente migliore, la quale le permetterebbe di “stare a letto” qualche giorno in più e di risolvere alcuni problemi fondamentali una vota per tutte. Sarebbe molto saggio, da parte dei nostri politici, usare questo tempo nel modo migliore per avviare quindi riforme di medio/lungo periodo delle quali si possa misurare l’efficacia in maniere inoppugnabile. Un percorso siffatto sarebbe la nostra migliore assicurazione contro gli inesperti medici dell’Unione Europea.

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Politici e Tecnocrati

Politici & Tecnocrati

Politici & Tecnocrati

      Eccoci di nuovo davanti al confronto senza fine tra politica e misurazione tecnica dell’efficacia dei provvedimenti. Premesso che da questo confronto non sono mai usciti ne vincitori ne vinti, resta la sensazione che il clima di sfiducia che si è creato tra una parte e l’altra, nello specifico tra il Governo Italiano, nella persona del suo Primo Ministro, e l’Unione Europea, nella persona del Commissario stesso dell’Unione, sia qualcosa che non produrrà benefici per nessuno, men che meno per noi cittadini, Italiani e dell’Unione Europea.

Più volte abbiamo ribadito che l’azione politica dei governi, democraticamente eletti, dovrebbe essere sottoposta al controllo istituzionale e pubblico dei risultati, per misurarne la reale efficacia e per sconfessare gli inutili populismi che per niente contribuiscono al un reale miglioramento della condizione generale delle nazioni.

In questa partita, ognuno deve però giocare il proprio ruolo. I politici facciano i politici, e quindi propongano soluzioni ai problemi del Paese, i Tecnocrati, responsabili del controllo sull’efficacia, si focalizzino sull’effettivo risultato, senza entrare nel merito dei provvedimenti e senza sostituirsi ai politici democraticamente eletti. In questo difficile bilanciamento va cercato il confine tra giusta discussione e il cattivo gusto che si riflette nelle critiche espresse, da una parte e dall’altra.

La separazione funzionale tra controllati e controllori è  certamente di primaria importanza, e sorregge una corretta assegnazione delle responsabilità, condizione necessaria per evitare quelle torbide acque in cui spesso naviga la politica e anche certa parte della società Italiana. D’altro canto va anche scongiurato il facile scaricabarile tra le parti, il famoso: non posso fare perché me lo impediscono…

I vincoli da parte dei controllori, in questo caso l’Unione Europea, non possono certo essere una scusa, ma semmai una garanzia per prevenire azioni sconsiderate sul piano (per ora) economico. Certamente i vincoli imposti dalla UE dovrebbero oggi essere più flessibili e non proteggere gli interessi di una parte (la Germania n.d.r.), consentendo, a fronte magari di garanzie politiche più alte, un margine di manovrabilità politica adeguato alla straordinaria crisi economica che stiamo vivendo. Condizioni eccezionali, d’altra parte, hanno sempre richiesto interventi eccezionali che in qualche modo non sempre vanno d’accordo con le regole ordinarie.  Per quanto riguarda le garanzie, i governi, ed in particolare quello Italiano, dovrebbero essere pronti a mettere sul tavolo la propria testa e rimettere il loro mandato al cospetto di risultati che si dovessero dimostrare inefficaci.

Il nostro governo insiste nel chiedere flessibilità all’Europa, ma cosa mette quindi sull’altro piatto della bilancia? Ha mai, nei fatti, proposto un piano di ripartenza e crescita economica della Nazione al successo del quale lega la sua esistenza?

Se i proclami del nostro Presidente del Consiglio e del nostro Governo fossero sostenuti da analisi tecniche all’altezza della situazione e fossero accompagnati da un chiaro impegno a lasciare in caso di fallimento, allora forse potremmo essere nella situazione di poter puntare il dito contro l’Europa,  rea di non concedere all’Italia la flessibilità e le deroghe richieste. Ovviamente il costume politico Nazionale, come sappiamo, è ben altro! Il potere è al di sopra di ogni cosa e di ogni giudizio nazionale e sovranazionale e quindi sempre e soprattutto al di sopra degli interessi generali!

 Da parte dell’Europa le cose, purtroppo, non sono migliori. L’Europa veste il doppio ruolo di regolatore, promulgando quindi leggi ed atti politici tramite il Parlamento Europeo, e di censore, obbligando al rispetto dei patti e dei trattati.

Tale  situazione è in totale disaccordo con una netta separazione dei ruoli. Le politiche europee influenzano i risultati politici ed economici degli stati membri, ai quali si chiede poi di intervenire per ottenere dei risultati operativi tali da rispettare i parametri stabiliti nei patti. Tutto ciò ha poco a che fare con il buon senso.

L’Unione Europea dovrebbe comportarsi con gli Stati Membri con il criterio del buon padre di famiglia, che dedica risorse ed attenzione ai figliuoli in difficoltà, in modo da garantire una serena esistenza a tutta la grande famiglia Europea. Soprattutto dovrebbe, una volta per tutte, riconoscere l’eccezionalità della situazione economica mondiale ed europea e adottare un insieme di norme straordinarie e di deroghe ai patti economici che possano aiutare le economie in difficoltà, tutto ciò negli interessi della stessa Unione Europea.

Sarà un bel giorno quello in cui potremo salutare governi Europei più responsabili, pronti a rimettere il loro mandato a fronte di mancati risultati, e una Unione Europea dal volto più umano, costruita su ideali di solidarietà e fratellanza tra i popoli e non su un freddo patto d’affari tra economie.

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Tecnocrati Senz’Anima

Si può governare con i numeri? Si può essere in grado di leggere le dinamiche socio-economiche di una Nazione da un foglio di calcolo?

Come raggiungere Grandi Risultati senza Obiettivi?

Come raggiungere Grandi Risultati senza Obiettivi?

Non è facile rispondere a questa domanda.  Renzi,  del PD,  nel suo discorso di ringraziamento per la vittoria alle primarie del suo Partito,  dice che i tecnocrati della Comunità Europea sono bravissimi a fotografare la situazione di un paese riportando cifre su delle “slides”,  dimenticando però che dietro ai numeri ed alle statistiche ci sono persone vere, persone  che vivono e che spesso, in questa situazione di crisi, sono vittime di fenomeni economici e sociali .

Tale affermazione ci trova d’accordo, ma non ci fa dimenticare che le cifre, pur non fotografando lo stato d’animo e le difficoltà di un popolo,  possono e devono essere un potente strumento a supporto di un azione politica efficace e mirata.

Ad avvalorare questa tesi vi sono molti fatti, eccone alcuni:

  • Anni di azioni politiche senza una strategia complessiva hanno portato ad una quantità di sprechi che ci pone tra i primi paesi in Europa per l’inefficienza della spesa.
  • La spesa pubblica senza un calcolo relativo al ritorno per la comunità (certamente misurabile con degli indicatori) converge facilmente nello spreco e nell’uso populistico del denaro pubblico. I casi dell’Italia, della Spagna, della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda sono noti e ben documentati.
  • Gli obiettivi numerici di efficienza e di competitività sono il solo strumento valido per misurare l’efficacia dell’azione politica lo stato dell Nazione. Ignorarli o disconoscerli è un grave danno per tutta la comunità. Gli indicatori Istat ed Eurostat, in Italia,  sono regolarmente ignorati ed in alcuni casi addirittura criticati e attaccati come se fossero dei veri e propri avversari politici!
  • Vi sono vari fattori alla base della crisi economica e sociale dell’Italia, ogni parte politica rappresenta solo ciò che più le fa comodo ignorando il resto. La comprensione multidimensionale dei fenomeni economici e sociali è alla base di un decisione informata per il voto popolare e democratico.

I fenomeni che registriamo, quali: bassa competitività, corruzione, disoccupazione, sottooccupazione si possono certamente rappresentare con cifre e statistiche che lasciano il tempo che trovano, si sente ad esempio spesso dire dell’altissimo tasso di disoccupazione giovanile in Italia (intorno al 40% !), non si sente, per contro, mai nessuno dire da cosa ciò è causato. Certo la crisi è la risposta generica, buona per tutte la parti politiche, è sempre colpa della crisi. Vorremmo però qui ricordare che la crisi colpisce tutti,  alcuni soccombono mentre altri resistono. Solo la comprensione profonda dei fenomeni ci consente di poter organizzare delle politiche risolutive. Nel caso in oggetto  basta confrontare alcuni dati con i paesi OCSE a noi affini per scoprire dei dati che sono certamente alla radice del fenomeno:

Se qualcuno avesse dei dubbi sulla correlazione tra questi dati e la condizione del lavoro e dell’occupazione in Italia può fare un banale esercizio di “correlazione”  tra questi indicatori e gli indici di competitività e di produttività delle altre Nazioni Europee.

Torniamo quindi al nostro punto, si tratta di Tecnocrazia o di “Struzzocrazia”,  ovvero di una classe dirigente che NON vuole prendere atto dei fenomeni e delle loro ripercussioni per poter orchestrare dei rimedi?

La politica è certamente dedizione e passione, abbiamo, ora più che mai, bisogno di leader e trascinatori, ma la leadership non va confusa con le capacità oggettive di analizzare i fenomeni e di dare le risposte al paese. Chi possiede tali capacità non avrà mai paura di sottoporsi al responso dei numeri poiché con essi indirizzerà la propria azione e da essi trarrà la massima forza ed efficacia. Chi invece fa del millantato credito la propria cifra e si inventa mediaticamente un immagine di successo da leader indiscusso, avrà sempre il timore di essere contraddetto dalla dura  realtà delle cifre (ci si ricordi il duro risveglio del Sig. Berlusconi ad opera dello Spread BTP-Bund sopra i  500 punti) e per questo motivo griderà: “Attenti ai Tecnocrati!”

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“Rottamare” o non “Rottamare”??

Rottamiamo chi non merita!

Rottamare, un neologismo direi poco elegante. Rottamare, deriva da rottame, ovvero a indicare il disfarsi di qualcosa di inutile, vecchio e persino d’intralcio.

In questi giorni si dicuste molto su chi “rottamare”, su come rinnovare la classe politica italiana. Diversi i temi sul tavolo: la rottamazione è una questione di età, ovvero scaturisce da una contrapposizione generazionale, giovani contro meno giovani? Oppure si vuole “rottamare” persone che hanno “terminato” il loro ciclo propositivo, durato parecchie stagioni politiche,  e che devono quindi lasciare il posto ad una nuova generazione, con idee più allineate alle situazioni attuali?

Io credo che entrembe le posizioni diano una visione incompleta di come si possa gestire il rinnovamento nella classe politica italiana.

Innanzitutto, cerchiamo di stabilire quando abbiamo bisogno di un rinnovamento! Il rinnovamento dovrebbe forse essere un processo continuo, regolato da normali cicli di vita all’interno di ogni organizzazione, ivi incluse le organizzazioni politiche come i partiti, ma vi sono rinnovamenti e rinnovamenti! Vi sono le rivoluzioni, rapide e violente, e vi sono invece le evoluzioni politiche e sociali, silenziose, ma non per questo meno efficaci.

Di certo un rinnovamento è necessario quando si raggiunge un momento di stasi nella società e  nell’economia, un momento simile a quello che stiamo in effetti vivendo in questi anni.

L’attuale classe politica italiana non sembra, di fatto, in grado di poter esprimere quel colpo d’ala tale da poter guidare la Nazione verso nuovi standard di benessere economico e di sviluppo sociale. Il rinnovamento (con o senza rottamazione…) sembra quindi asslutamente inevitabile, più si indugerà nel processo, più violentemente tale necessità verrà a manifestarsi con conseguenze destabilizzanti per la nostra, sempre troppo traballante, democrazia.

Ma torniamo ora alla gestione del rinnovamento, qual’è la regola per rottamare o non rottamare?

Chiediamoci as esempio perchè alcuni considerano una FIAT 500 del ’62 un “rottame” ed altri un oggetto di culto! Qual’è la linea sottile fra queste due diverse percezioni?

In generale faremo riferimento alla capacità di essere funzionale del nostro “rottame”, più esso è infatti allineato e funzionale ai nostri obiettivi e più sarà per noi ancora e sempre un oggetto pertinente alla nostra vita fino a diventarne una parte essenziale.

Lo stesso concetto può essere ora facilmente traslato nel contesto delle organizzazioni. Vi sono persone che, indipendentemente dall’età anagrafica e dall’esperienza accumulata, sono funzionali all’organizzazione stessa ed altre che da un certo momento in poi, purtroppo,  non lo sono più.

Cosa rende queste persone funzionali e necessarie? In verità una sola cosa: la capacità di migliorare la possibilità, per l’organizzazione, di centrare gli obiettivi che essa stessa si è data e che sono attesi da tutti coloro che dall’organizzazione dipendono.

Senza perdereci in descrizioni troppo elaborate sul rapporto tra individui ed organizzazioni, diremo che il ciclo di vita dei singoli nelle organizzazioni è strettamente legato alla capacità di contribuire ad obiettivi generali dell’organizzazione attraverso il raggiungimento di obiettivi particolari assegnati.

In poche parole, l’organizzazione deve essere in grado di misurare se stessa e gli individui che ne fanno parte e di ritenere quei soggetti senza i quali il raggiungimento degli obiettivi diventa più difficile. Gli altri diventano di conseguenza superflui.

Questa definizione della “regola per rottamare” o meno qualcuno è fondamentalmente libera da qualunque discriminazione legata all’età (per altro in contrasto con molte carte dei diritti alle pari opportunità, ivi inclusa la normativa europea, sic…), si guarda infatti solo all’aspetto funzionale.

I partiti politici dovrebbero quindi essere in grado di misurare i risultati ottenuti dai loro rappresentanti, sia in funzione di opposizione parlamentare che in una funzione di governo. In base agli obiettivi prefissati (ad esempio in un congresso) si potrà quindi stabilire chi ha agito con forza e capacità per il loro raggiungimento attraverso la misurazione dei risultati ottenuti.

Oggi purtroppo la discussione politica si articola principalmente su due fronti che, di fatto, sono di scarsa utilità pratica per il cittadino: il fronte ideologico, ed il fronte comportamentale relativo alla coerenza nei comportamenti dei singoli e rispetto alla parte rappresntata.

Il dibattito è purtroppo quasi nullo rispetto ai temi che riguardano il progresso economico e sociale della Nazione. Se una strada esiste per il rinnovamento della politica passa invece poprio attraverso i fatti concreti, la meritocrazia, la misurazione dei risultati e la ricerca del miglioramento continuo. Molti vedranno (e già vedono) questa come l’era di una svolta tecnocratica nel modello democratico occidentale, e forse lo è, ma è questo un destino al quale possiamo sottrarci? Possiamo sottrarci alla competizione sugli indicatori fondamentali con altri sistemi economici e sociali, con la Cina, l’India, le altre economie emergenti? La risposta e semplicemente NO. Ciò che nel passato veniva spesso regolato con conflitti armati, è oggi trasformato in una strisciante e continua guerra-competizione economica senza soluzione di continuità. Oggi non vincono più dei bravi generali, ma gli ottimi sistemi Paese guidati da grandi strateghi.

Vogliamo allora essere un ottimo sistema Paese? La Germania, ad esempio, lo è, riesce a progradire dove altri non vi riescono, riesce a creare benessere per se e per le persone che vanno a vivere in Germania, compresi tanti italiani. So che molti concittadini italiani non aspirano a diventare “tedeschi” nel modo di fare e nel modo di pensare e posso, per certi versi, essere daccordo con loro, ma la mia domanda è: possiamo trovare una via Italiana all’efficenza?

Sono certo: la risposta è SI e non passa certo attraverso la “Rottamazione”, passa attraverso il riconoscimento del merito, che non ha Età, Sesso Religione, etc…

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